Capitolo 9

 Comacchio, autunno 2000

La lista era quasi finita. L’uomo distinto che qualche mese prima aveva lasciato Lucietta senza vita in un canale osservava il foglio, con un solo nome: Agnese.
Nei mesi caldi aveva girato quasi tutta la zona del Delta del Po, aveva visto le vite di quelli che una volta erano gli orfani del Santa Cecilia, aveva ricostruito gli anni, spiato le loro abitudini, eppure dello spartito nessuna notizia. Aveva riposto dunque tutte le speranze su questa Agnese, dopo di che, se nulla avesse scoperto, non gli restava che supporre che l’oggetto della sua ricerca fosse finito in mano a quegli orfani che erano deceduti strada facendo; erano tre: Ruggero, Antonia e Leandro. In tal caso avrebbe dovuto lavorare il doppio, scavare nelle loro discendenze, o avrebbe finito con l’abbandonare la ricerca… e poi? Che ne sarebbe stata della sua vita senza più nessuna passione? Senza quell’obiettivo che le aveva dato un senso? Che lo aveva tolto dalla solitudine e dall’eco bombardante dei suoi pensieri.

Aveva un nome: Lorenzo, come il santo che, nelle notti estive, si festeggia aspettando una stella cadere dal cielo; ma lui, di stella cadente, aveva visto solo sé stesso. E aveva un cognome Torto che suonava come un presagio. Proveniva da Torino e aveva respirato fin da piccolo l’aria culturale piccolo borghese della sua famiglia. Il padre, un noto e stimato editore della zona, grande esteta, era solito intrattenersi con letterati e cultori d'arte e fin da subito prendendo in braccio quel fagotto urlante capì che il piccolo rappresentava quanto di più lontano potesse esserci dall’ amata artificiosità che costellava la sua vita e gli affari.

Lorenzo era nato diverso, così gli avevano raccontato, ma lui non lo comprese mai fino in fondo neppure osservandosi: le mani sottili come rami secchi e le dita troppo lunghe, quasi innaturali gli fecero credere di essere una creatura simile agli alberi, e come dargli torto? La diversità non è forse libertà? Pensò crescendo.

Si chiese spesso cosa significasse diverso, diverso da chi? dagli altri bambini? Neppure i gemelli sono uguali, si divertiva a dividere le parole “di verso”, verso qualcosa e girava e rigirava le sue mani pensando sempre di più che fossero rami rivolti verso il cielo e così giocando con quelle dita così belle per lui e così inguardabili per il padre, costruiva nell’aria spettacolari disegni. A cinque anni impugnò la prima matita cominciò a creare segni e gobbe e fiori e foglie che solo messi sopra a cinque righe divennero musica.

La casa era un via vai di musici, artisti, letterati che ben presto si resero conto della particolarità di Lorenzo che per il padre divenne l’agognato prodigio da mostrare. Ma nei volti degli osservatori non c’era ammirazione. Solo pietà. Tutti quei segni erano incomprensibili per tutti.

Una sera, però, qualcosa cambiò.
Stanco delle esibizioni a cui era sottoposto, dolorante e umiliato Lorenzo si era nascosto sullo scalone che affacciava sul salotto, e da lì era rimasto in ascolto. Sentì i genitori discutere. La madre raccontava di aver avuto notizia di uno spartito stranissimo che nessuno era riuscito a decifrare e che pareva fosse opera di un gran genio della musica le cui tracce si erano perse nel Veneto. Il padre sostenne che se Lorenzo fosse riuscito a trovarlo, a decifrarlo e a suonarlo avrebbe potuto riscattare il nome della famiglia dall’onta della sua nascita.

Lorenzo ascoltava con il cuore che gli batteva forte e gli faceva dimenticare il freddo del marmo sulle ossa fragili. C’era qualcuno che sapeva leggere come lui e magari quel qualcuno avrebbe saputo dargli voce. Quello spartito era la radice per le sue mani e il ramo verso il cielo.
Da quella sera, un’ossessione prese forma dentro di lui: avrebbe trovato quel manoscritto. A qualunque costo.

Come era stato difficile, con la sua malattia, percorrere a ritroso la strada della ricerca. Il suo aspetto non passava inosservato, ma lui aveva studiato tanto con l’aiuto della madre cercando di comprendere dove poteva essere finito lo spartito. Dopo lunghe notti costellate di farmaci antidolorifici e pensieri deliranti, Lorenzo aveva scoperto, tra vecchie lettere e racconti, che l’ultimo avvistamento dello spartito era stato presso una giovane pianista che viveva a Caldogno, in Veneto. Quella donna, tanto misteriosa quanto affascinante, aveva segnato per sempre il viaggio del manoscritto. E ironia del destino, il nome della donna era Stella.

Non poté fare a meno di pensare che forse, quella Stella era il suo desiderio nella notte del 10 agosto.

Da Caldogno era riuscito a giungere a Comacchio seguendo la discendenza dei figli di Stella, finiti nell’orfanotrofio di Santa Cecilia.
Qui si perdevano le tracce, ed era cominciata la ricerca tra gli orfani: era tempo di tirare l’ultima riga sul suo elenco.

Comacchio dormicchiava sotto la prima nebbiolina autunnale di fine settembre, preparandosi alla sagra dell’anguilla di ottobre.

Chissà se sarebbe ancora rimasto lì. Era stanco di osservare questi pesci nel canale e si accorgeva di aver trascorso la vita fluttuando non tra le acque, ma tra i pensieri — con il timore di essere catturato dalle reti ma l’incapacità di vivere in libertà.

Riflettendo, era giunto sulla piazza dei Trepponti, l’acqua quieta rifletteva le case color ocra, appena velate di condensa. Sapeva che Agnese sarebbe arrivata presto, come ogni mattina, a comprare i biscotti nella panetteria di fronte al canale.
L’avrebbe aspettata.

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