Il silenzio è d' Argento . LEGGI L' ESTRATTO COMPLETO!

 

Capitolo 1

Comacchio, 13 agosto 2024

Argento rifletté ancora una volta sul suo nome.
«Oggi un po' di più», pensò. Oggi era il suo compleanno.

«Nozze d'argento.»
«Medaglia d'argento...»

La mente divagava. Era divorziato e non aveva mai partecipato alle Olimpiadi.

«Cornice d'argento.»
Forse gli si addiceva di più, per i tanti anni in cui si era sentito immobile in situazioni che rifuggiva anche solo dai pensieri.

Lo strano nome fu un'idea del nonno, un pescatore dalle dita avvizzite e graffiate dalle reti, la pelle bruciata dal sole nelle lunghe giornate trascorse tra le paludi del Delta del Po e in quel paese, Argenta, che attraversava spesso.

Ma Argenta fu maschio, e così divenne Argento, che in fondo gli ricordava i colori dei pesci, che secondo lui dovevano essere sempre maschi, sfidando le leggi della natura e degli anni a venire...

E anno dopo anno a venire... oggi Argento compiva 60 anni, e finalmente il suo nome aveva un senso, pensò.
Si abbinava perfettamente ai capelli. Questo era lecito e palese, come quasi nulla era stato nella sua vita.

I pensieri balzani e inconcludenti gli avevano spesso fatto compagnia mentre si avviava verso il sesto decennio, quando inevitabilmente la solitudine aveva cominciato a fare capolino.

In verità, solo non era mai stato, sinora, e mai avrebbe pensato di trovarsi lì, appoggiato al parapetto del canale, Argento riflesso nell'argento salmastro, a guardare le anguille sfrecciare.

Un altro giorno di lavoro.

Svogliatamente Argento aggiustò la T-shirt, una smorfia d’impazienza per la solita collana incastrata nel colletto, e via verso un'altra lunga giornata in ambulatorio.

Agosto avrebbe potuto essere il mese migliore per un medico: tutti in vacanza!

Ma non per un medico a Comacchio, che finiva per riempirsi di ogni tipo di turista, che trovava il modo di infilarsi in sala d'attesa.

Crack.
D11 chiamò tutte le vertebre limitrofe e non a sua conoscenza in aiuto, dalle C del piano superiore alle S di quel che pensava fosse ancora il termine di un fondoschiena tutto sommato accettabile. Il suo.

Bizzarri pensieri di Astrid, quelli di pensare, lì seduta in sala d'attesa, che la sua vertebra fratturata avesse comunicato con tutte le altre.

«Ironia che salva?» si domandò, usando la radiografia della colonna vertebrale come ventaglio.

«Avaaantiii», col tono leggermente alterato di cui andava fiero, Argento sollecitò l'entrata del primo paziente, incurante delle fantasiose percorrenze mentali di Astrid al di là del muro.

«Avaaaaantiiii!»
Tono decisamente alterato, ora.

«Buongiorno, mi scusi, mi chiamo Astrid, e stavo pensando che se la vertebra che mi sono fratturata, la D11, avesse parlato con le altre e...»

Argento sentì prima di vedere.
Un turbinio di parole fluttuanti iniziò a danzare in un piacevole suono, che pareva dimenticato.

«Erano quattordici anni che non sentivo una voce così», disse alzando lo sguardo.

E.

E… E…
Si trovò innanzi a un’esplosione d’azzurro.

Un attimo prima erano solo suoni, quella voce che scivolava tra le sue orecchie come un refolo d’estate.
Un attimo dopo, tutto era colore.
Azzurro, ovunque.

Azzurro negli occhi di lei, così chiari da sembrare quasi bianchi, come vetrini al sole, come ghiaccio che non brucia, accoglie.

Lo guardarono dritto, senza esitazione.
Non cercavano approvazione, ma attenzione.
E quella sì, Argento gliela diede. Tutta.

Era alta, e la sua magrezza non aveva nulla della fragilità, piuttosto un'eleganza ostinata, quasi verticale.

Indossava qualcosa di semplice, una tunica di lino che pareva dimenticata addosso da una vacanza di molti anni prima.

I capelli scuri, lunghi fino alla schiena, sembravano ancora in disaccordo con la luce forte di agosto: trattenevano l’ombra anche in pieno sole.

E poi il contrasto: un seno pieno, generoso, come un dono inatteso in quella figura snella, un'imperfezione perfetta che la rendeva ancora più vera.

Una donna che sembrava fatta per sorprendere, come certe maree che arrivano quando il cielo è calmo o come quando, nel Delta del Po, la palude quieta e silenziosa si solleva d’improvviso, gonfiandosi di vita. Un attimo prima è solo acqua piatta, immobile, un respiro trattenuto dalla terra.
Un attimo dopo, si anima di riflessi liquidi, di correnti segrete, di creature che affiorano come pensieri dimenticati.

Così era lei.

Capitolo 2

Caldogno, 13 febbraio 1930

Era una casa che un tempo aveva avuto pretese. Un grande portale, due leoni di pietra a guardia dell’ingresso ora ricoperti di muschio e vetri molati che lasciavano entrare la luce come filtrata da un sogno dimenticato.

Ma il sogno era scivolato via, e la casa, pur imponente, portava addosso la polvere dell’abbandono e delle cose trascurate con troppa fretta.

La musica, però, le restituiva dignità.

Un pianoforte scordato, eppure ancora vivo, lasciava uscire una melodia malinconica dalle mani di una donna troppo bella per quel luogo o forse troppo stanca per sembrarlo davvero.

Alta, sottile, capelli lunghi e scuri come il legno dello strumento, le labbra quasi immobili mentre suonava. Solo gli occhi, di un azzurro impossibile, tradivano un’agitazione trattenuta.

Era incinta, e lo sapeva in ogni fibra del corpo. Aveva imparato a riconoscere quel tipo di stanchezza: profonda, viscerale, come se stesse costruendo un altro mondo dentro di sé.

Ma un bambino era già nato, e correva scalzo tra le stanze.

Cinque anni, capelli chiari e occhi incerti, come se non sapessero ancora a chi appartenere. Non aveva un nome registrato. Era un bambino invisibile per lo Stato, ma presente. Un respiro dentro quelle mura.

Correva con un fazzoletto annodato in mano, in cerca di qualcosa che nessuno aveva lasciato.

Caldogno era un puntino agricolo sulla carta del Veneto, immerso nella nebbia e nelle miserie del primo dopoguerra.

Il 1930 aveva portato con sé fame, paura e silenzi lunghi quanto la pianura.

Il fascismo si era infilato anche nelle cucine, nei registri parrocchiali, nei campi spogliati da grandinate fuori stagione.

Gli uomini partivano per cercare lavoro nelle città, o per non tornare mai. Le donne restavano, coi grembiuli e i pensieri stretti.

E i bambini, quando c’erano, erano spesso fantasmi, come quel piccolo.

Suo padre era tornato dalla guerra, la “grande”, come la chiamavano allora, ridotto a un insieme di ossa, silenzi e tremori. Aveva dormito per giorni interi in una stanza buia al piano di sopra, senza parlare, senza chiedere.

Lei lo aveva guardato svanire lentamente, consumarsi tra le lenzuola. E forse era già morto da tempo.

Era bastato un ultimo gesto, un’ultima notte in cui il corpo aveva obbedito a qualcosa di antico, per lasciarle dentro quel bambino.

Poi lui se n’era andato per davvero.

Non c’erano fotografie. Solo una vecchia giacca militare in una cassapanca e qualche sguardo assente, nei momenti di silenzio, quando il dolore si faceva immobile.

Lei chiuse il coperchio del pianoforte con un colpo lieve, si alzò lentamente, portando una mano al ventre.

Tra qualche mese avrebbe partorito di nuovo.

Per un po’, dopo la morte del marito, Stella riuscì a cavarsela.

In paese si mormorava che fosse una “signora vera”, e in effetti qualcosa della sua educazione, del portamento, della voce, la rendeva diversa.

Aveva studiato pianoforte seriamente, in un’Italia che ancora coltivava illusioni borghesi: prima a Vicenza, poi a Venezia, dove era stata allieva di un professore che aveva suonato persino a Trieste, quando ancora il nome di Ferruccio Busoni faceva tremare le sale da concerto.

Aveva mani lunghe, flessibili, da vera concertista.

Quando insegnava, diceva sempre:
“Il tocco non è nelle dita, è nell’orecchio. Se non senti la differenza tra un Do stanco e un Do innamorato, è inutile suonare.”

Per quasi due anni, insegnò musica ai figli dei notabili di Vicenza e delle ville sparse lungo la campagna veneta: notai, farmacisti, medici, mogli devote a Dio e alle scale cromatiche.

Arrivavano in carrozza o in automobile, lasciando dietro di sé profumo di cipria e richieste garbate.

Il pianoforte era il cuore della casa.

Era un Pleyel scordato ma fiero, che una vecchia zia le aveva lasciato in eredità con una lettera vergata a mano:
“Per non dimenticare chi sei.”

Ogni mattina, Stella apriva il coperchio con la cura di un rito.

Toccava i tasti come fossero pelle, o carta da lettere.

Le scale, i preludi, i valzer: li conosceva a memoria.

Preferiva Chopin, ma insegnava anche Clementi, Mozart, e i nuovi esercizi di tecnica che giravano tra i conservatori, dove le donne pianiste iniziavano a farsi notare, pur restando ombre dietro ai nomi maschili.

Col tempo, però, le lezioni diminuirono. Alcune allieve si sposarono, altre si trasferirono, qualcuna semplicemente smise di venire.

La guerra aveva tolto tempo, certezze e musica a tutti.

E anche se adesso il silenzio sembrava più sopportabile, c’era qualcosa nell’aria che non tornava. Una soglia socchiusa, pronta a sbattere nei giorni di vento.

Stella non smise mai di suonare.

Anche quando la casa cominciò a svuotarsi — prima i libri, poi i quadri, infine le tende — lei restava lì, con le dita sui tasti bianchi e neri, come a cercare un codice segreto per far tornare tutto com’era.

Era il pianoforte, ormai, a insegnare qualcosa a lei: che ogni suono porta con sé un'eco, e ogni eco una memoria.

Come sempre, la sera era scesa silenziosa su Caldogno, e l’unico suono vivo nella casa era quello del pianoforte.

Stella, seduta con il ventre appena arrotondato, muoveva le dita con una grazia stanca.

Suonava un pezzo che nessuno conosceva.

Era uno spartito che custodiva da anni, iniziato in un’altra vita, forse in un’altra epoca.

Ogni tanto si fermava, rileggeva le note, poi ne aggiungeva una.

Ma alcune misure erano cancellate con segni a matita troppo marcati, quasi a coprire un pensiero.

Tra le righe, oltre le note, c’erano simboli strani: piccoli cerchi, lune, linee oblique che sembravano disegni infantili o antichi alfabeti.

Nessuno avrebbe capito, tranne lei.
O forse , un giorno, qualcuno.

Passò un dito sopra un segno inciso a mano, quasi invisibile, nell’angolo inferiore dello spartito: una A intrecciata con una stella a cinque punte.

“È solo musica,” disse piano, ma non ci credeva nemmeno lei.

Chiuse il coperchio del pianoforte e lasciò lo spartito sopra, come una lettera non spedita.

Il piccolo Leandro dormiva, e il silenzio sembrava pronto a conservare il segreto per anni.

Sullo spartito, la stella e la A brillavano appena sotto la luce della lampada. E non sembravano più sue.

 

Capitolo 3

Comacchio, 13 agosto 2024

Gli occhiali con le stecche verdi, in tinta con il suo abito a fiori colorati su sfondo prato, erano un vezzo al quale non avrebbe mai rinunciato.
Ne aveva dieci o venti o mille, di stecche colorate da infilare negli occhiali, per darsi quel tono da Signora che tanto le piaceva quando in orfanotrofio giocava con le compagne di sventura — quella manciata di bambine che non aveva certo il suo buongusto, non sapeva creare parrucche con le federe dei cuscini o strepitosi abiti da sera con le tende pesanti e ocra che oscuravano le lunghe finestre.

Ogni mattina, prima di uscire, Agnese apriva la scatola di latta dove custodiva le stecche come fossero gioielli d’alto rango. Le osservava una ad una, passandole tra le dita come se potessero risvegliare i ricordi che ciascuna portava con sé.

Le verdi, abbinate all’abito a fiori, erano le sue preferite nei giorni di sole. Le rosse le usava quando doveva affrontare discussioni serie, come quella volta in cui il padrone di casa aveva osato aumentare l’affitto. Le azzurre, solo nei giorni di pioggia, per ricordarsi che anche il cielo ha il diritto di piangere.

Oggi però aveva scelto le verdi. Perché c’era il sole, sì, ma anche perché nel cuore le batteva un’emozione simile a quella provata tanti anni prima, quando aveva rubato un rotolo di nastro dorato dalla sartoria dell’orfanotrofio per farsi una cintura da regina.

Aveva ricevuto una lettera. Una busta color avorio, con il suo nome scritto a mano in un corsivo inclinato e insicuro. Nessun mittente. Nessun francobollo. Era lì, semplicemente, infilata sotto la porta.

Impensabile che arrivassero ancora lettere: certamente qualcuno che sapeva della sua veneranda età e della poca dimestichezza con le nuove tecnologie.

Sedette sul divano con la busta tra le mani, indecisa se aprirla subito o assaporare ancora un po’ quella sensazione di attesa; alla fine, con un gesto deciso, spezzò il sigillo.

Dentro c’era un biglietto piegato in due. Una sola frase, scritta con una grafia elegante e tremolante:
“Ti ricordi l’abito di tulle blu? Io sì.”

Ma il tulle blu, in realtà, non era mai stato un abito.

Era il bordo di un prezioso ricamo nella stanza della direttrice, una tenda pesante e profumata di naftalina che copriva lo scaffale dove venivano custoditi i documenti riservati: quelli con i nomi delle madri scomparse e dei padri mai nominati. Lei lo aveva toccato solo una volta, durante uno dei suoi giochi proibiti, mentre le altre bambine facevano la guardia.

Aveva staccato un lembo minuscolo, giusto un filo, e l’aveva intrecciato nei capelli come un nastro regale. Ricordava ancora la sensazione tra le dita: ruvida e leggera allo stesso tempo, con un riflesso blu cobalto che sembrava cambiare colore alla luce.

Nessuno sapeva di quel gesto. Nessuno, tranne una sola bambina: Lucietta.

Occhi storti, mani sempre sporche di colla, e una memoria tagliente, netta, come una lama di forbice. Lucietta non parlava mai, ma osservava tutto.

Lucietta che una sera era scomparsa, senza lasciare traccia. “Adottata”, avevano detto. Ma nemmeno la direttrice riusciva a mentire senza abbassare lo sguardo.

Ora, una busta senza francobollo. Una frase con un riferimento che nessun altro avrebbe potuto conoscere.

Le dita le tremarono appena, mentre riponeva il biglietto nella scatola delle stecche colorate.

— Sei tornata, Lucietta? — mormorò. — O forse non sei mai andata via?

 

Capitolo 4

Caldogno, 13 marzo 1945

Vagare per i cimiteri gli era sempre piaciuto. Forse per la quiete e il silenzio, o forse per quei nomi scolpiti nella pietra, capaci di nascondere storie vere, o almeno storie che lui poteva inventare a modo suo.

Leandro aveva vent’anni e da due era rimasto l’ultimo ospite dell’orfanotrofio di Caldogno. Tutte le compagne erano già andate via: alcune adottate, altre accolte da parenti, altre ancora messe in qualche lavoro.

Lui invece era rimasto lì, quasi per caso, diventando il giardiniere della struttura, occupandosi con cura delle aiuole e dei vialetti, mentre vedeva arrivare e partire nuovi piccoli, con storie tutte da scoprire.

Anche quel giorno, Leandro si era rifugiato al cimitero, cercando in quel silenzio una traccia di sé, un ricordo di Stella, sua madre.

Si fermò davanti a un mucchietto di terra grigio e una lapide senza nome.
Lì c’era sua madre. Non lo sapeva per certo, ma lo sentiva.

Ricordava soltanto un mattino di silenzio interrotto da passi, grida soffocate, mani che correvano, e quel profumo dolciastro e melmoso che gli rimase impresso per sempre: l’odore del sangue.

Lo capì anni dopo, quando all’orfanotrofio, giocando in cortile, Lucietta si prese una pallonata sul naso e il sangue cominciò a scorrere copioso.

In quell’istante l’odore ritornò vivido, e nella mente si formò l’immagine confusa di una stanza, un pianoforte, donne agitate, e un fagotto insanguinato che emetteva versi incerti, flebili — e poi tutto fu nero.

Tirò fuori dalla tasca lo spartito che portava sempre con sé, uno dei pochi oggetti personali che gli erano rimasti. Lo guardò con attenzione. Non aveva titolo.

Le misure cancellate, i simboli strani e quella “A” intrecciata con una stella a cinque punte che brillava appena alla luce, erano indizi.

Cosa significavano? Chi li aveva scritti davvero?

Leandro si alzò lentamente, lasciando il mucchietto di terra alle sue spalle, un luogo diventato simbolo di radici mai davvero perdute.

Il crepuscolo stendeva un velo dorato sulle tombe, mentre il vento portava con sé profumi d’erba umida e memorie lontane.

Ora però era tempo di prepararsi a lasciare quel luogo che era stato casa e prigione insieme. Una porta che si chiudeva, ma anche un nuovo inizio incerto.

Una famiglia di Comacchio, avanti con gli anni, aveva bussato alla porta dell’orfanotrofio anche per lui. Occhi gentili e mani forti gli avevano offerto una nuova casa, fatta non di mura, ma di affetti da costruire.

Oggi era già domani.
Ben presto, Comacchio, con i suoi canali, le barche leggere e l’odore salmastro del mare, divenne il suo nuovo rifugio.

Nel silenzio delle notti estive, si sedeva sulla riva del Po di Volano, osservando i riflessi argentati di creature misteriose. Le anguille, con i loro movimenti sinuosi e il viaggio leggendario attraverso fiumi e oceani, divennero per lui simbolo di resistenza e trasformazione, poiché come lui, anche loro portavano dentro una storia antica, fatta di partenze e ritorni, di radici sommerse e nuove strade da percorrere.

Leandro stringeva ancora lo spartito tra le mani, consapevole che la verità nascosta in quelle note avrebbe potuto cambiare tutto.
Ma quale verità? E quando avrebbe deciso di rivelarsi?

Il mistero restava sospeso, come una corrente sotterranea pronta ad affiorare solo a chi fosse capace di decifrare il linguaggio silenzioso della musica e dell’acqua.

Ma quel tempo era ancora lontano.

 

Capitolo 5

Caldogno, 31 ottobre 1930

C’era confusione, rumore, voci. O almeno, così le sembrava.
Stella vedeva la gente muoversi attorno a lei, ma non capiva chi fossero, né cosa stessero facendo.
Chi l’aveva chiamata? E perché?
Sentiva solo il freddo, Il buio e Leandro che piangeva.

E quella nuova, clandestina vita che si agitava dentro di lei, stanca di attendere, impaziente, aveva scelto proprio quella notte per nascere. Una notte rischiarata da una luna famelica e leggendaria, con gli spiriti pronti ad attraversare la soglia del mondo, nell’attesa della mezzanotte.

Già la sera prima, Stella aveva sentito qualcosa cambiare. Aveva provato a suonare, ma le dita esitavano sui tasti. Si era fermata a lungo a osservare lo spartito, immobile.
Poi aveva chiamato Leandro. Lui era arrivato, con l’andatura svogliata di un bambino abituato a sentire troppo, troppo presto.

Gli prese le mani, calde, tra le sue dita gelide.
“Vedi questo spartito, Leandro?” mormorò. “È come una voce. Una fiaba. Una consolazione. È quello che hai sentito tante volte... non te ne dovrai mai separare. Qualsiasi cosa succeda”.
Il bambino la fissò, incerto.
“ Ma io non so suonare, mamma… Come farò, se voglio farlo parlare?”
Stella sorrise, accarezzandogli i capelli.
“Ti parlerà lui. Quando sarai più grande. Se ne avrai bisogno”

Le parole non gli erano chiare. Ma le stranezze di sua madre non lo spaventavano. Lo rassicuravano.
Così la ascoltò, senza fare domande. Così la lasciò andare, senza sapere.


 

Stella sentiva che il freddo e il buio la stavano portando via, ma non aveva paura.
Era fatta di musica e silenzi. Di sogni e brevi visioni. Non sapeva cosa sarebbe diventata dopo, forse una delle sue melodie, forse solo un pensiero come la polvere che si posa lieve sulle cose amate.
Dentro di lei, la creatura premeva per nascere. E si sarebbe portata via tutto. Era una bambina. Lo aveva capito dai sogni che le aveva lasciato in dono, dai movimenti leggeri, dalle note che aveva ispirato.
Non servivano parole: Leandro era troppo piccolo, e lei non aveva più voce.
Ma non aveva paura, né per sé né per i suoi figli. Erano fatti della stessa materia. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere. In qualche forma.

E poi fu freddo e luce.

 

Il postino — Luigi, lo stesso da ventitré anni — si avvicinò alla villa come ogni giorno, fischiettando tra i baffi.
Portava in tasca solo una lettera ufficiale del Comune, ma si era abituato a fermarsi lì anche quando non aveva posta.
Stella era una donna bellissima. Elegante senza volerlo, misteriosa.
Luigi, che aveva visto abbastanza del mondo e delle sue miserie, si permetteva di rivolgerle sempre un saluto un po’ più lungo del necessario.

Quella mattina, però, qualcosa lo turbò, un odore acre, dolciastro, umido e pesante e un lamento
come un vagito incessante.

Spinto da un presentimento, toccò il cancello, non era chiuso.
Attraversò il giardino senza fretta, ma con il cuore accelerato. La porta d’ingresso era socchiusa

“Signora Stella? “chiamò.
Nessuna risposta.
Entrò.
E quello che vide, non lo dimenticò mai più.

In piedi, al centro del salone, c’era un bellissimo pianoforte. E seduto davanti ad esso, un bambino.
Cinque anni, forse. Mai visto prima, pensò Luigi, anche se qualcosa nei suoi occhi gli parve familiare.
Stava lì, immobile, guardava i tasti come se stesse ascoltando una voce invisibile.

Ai suoi piedi, distesa sul pavimento, giaceva Stella. Sangue e morte. Sangue dal pavimento ai tasti del pianoforte, dal volto pallido al fagotto avvolto in un panno improvvisato, imbrattato della stessa sostanza e da cui una neonata urlava al mondo. Sangue e vita.
Luigi si fece il segno della croce. Chiamò aiuto. Corse fuori, inciampò nella ghiaia. Urlò il nome della levatrice, quello del parroco, e si accorse solo allora che stava tremando.

Nel frattempo, Leandro non si mosse.
Poco tempo prima aveva raccolto la neonata con un gesto goffo ma naturale, e l’aveva posata accanto alla madre. Aveva preso tra le mani la scatola che conteneva lo spartito. L’aveva stretta al petto.
E si era seduto davanti al pianoforte.
Non piangeva. Non parlava, negli occhi aveva una calma assoluta. Sua madre non gli aveva insegnato la paura, solo il suono del coraggio.

Fu il primo a vedere la gente accorrere, ma non si spostò, non cercò abbracci né consolazioni. Aveva già capito tutto ciò che gli serviva.

Quel giorno, nacque sua sorella.
Quel giorno, sua madre diventò suono.
Quel giorno, Leandro divenne custode.

Stella era ovunque lì attorno, come sarebbe stata in ogni luogo e tempo e spazio a venire.
Nei racconti che Leandro avrebbe fatto molti anni dopo, man mano che piano sarebbero riaffiorati i ricordi. Nella casa un giorno venduta, nel pianoforte divenuto ceppo da ardere in un camino.
Era nei sogni e nelle sinfonie delle canne al vento che, dalla campagna al mare, avrebbero suonato ancora e ancora il mistero di quello spartito.
In ogni battito di cuore e in ogni pensiero dove la vita non muore mai.

 

Capitolo 6

Comacchio, 13 luglio 2000


Come erano passati, tutti quegli anni? Il suo corpo ormai non riusciva più a corrispondergli, a rappresentarlo davvero. Questo pensava Leandro ogni mattina, mentre percorreva in bicicletta la strada che portava al canale.
Un attimo prima riaffioravano i ricordi dei giochi con Lucietta e Agnese; un attimo dopo, la sua nuova famiglia, i cimiteri che non avrebbe più visitato, e quel pensiero della sera, mentre sfogliava lo spartito, proprio come faceva sua madre, Stella, ogni giorno, tanti anni prima.
Quella musica non era mai cambiata. Era passato solo un attimo. Un attimo lungo settantacinque anni. La memoria aveva custodito ogni istante da quel mattino in cui aveva sentito il pianoforte suonare per l’ultima volta quella musica strana, pareva quasi il lamento di un bambino.

Gli anni dell’orfanotrofio non erano stati infelici. Aveva trovato nuovi fratelli e sorelle. Lucietta e Agnese erano arrivate quando lui era già un ragazzino, da un altro istituto, chiuso, raccontavano le suore, per mancanza di fondi.
Furono proprio loro le bambine che più di tutte gli fecero compagnia.
Lucietta: ordinata, metodica, osservatrice silenziosa.
Agnese: mente arguta, stravagante, sempre pronta a sorprendere.
Erano un bel trio, la sua prima, vera famiglia.

Poi vennero gli anni a Comacchio, con i genitori adottivi, i lavori nella laguna, la sua seconda vera famiglia.
Era stato fortunato. Giovanni e Teresa erano brave persone. Giovanni era un uomo di poche parole, la pelle cotta dal sole e le mani segnate da anni di pesca. Le sue dita erano spaccate, sempre ruvide, odoravano di corda, acqua salmastra e fatica. Ogni mattina usciva prima dell’alba, sistemava le nasse e poi passava le ore al mercato a vendere le anguille. Tornava stanco, ma dritto, come chi non chiede nulla in cambio se non silenzio e rispetto. Non era affettuoso, ma aveva sani principi: alla tavola si mangiava insieme, il pane si spezzava in tre e nessuno doveva sentirsi ospite.

Teresa, invece, era tutta un’altra cosa. Profumava sempre di sapone. Lo usava in abbondanza, quasi a coprire quell’odore di pesce che sembrava attaccato ai muri, ai vestiti, perfino all’anima. Stendeva panni e lenzuola per ore al sole, anche d’inverno, nella speranza che il vento portasse via quel passato vischioso, quella vita che l’aveva un po’ imprigionata. Con Leandro cercava un contatto. Gli parlava mentre rigirava le lenzuola, lo osservava mentre stava in silenzio, cercava di capirlo. Ma era difficile.
Il mondo da cui veniva Leandro, o forse quello che si portava dentro , era diverso dal loro, dal borgo di pescatori in cui vivevano. Quando erano andati a prenderlo, era un ragazzo già grande e non era stato semplice instaurare un rapporto con lui. Le suore avevano raccontato da dove provenisse: una casa padronale borghese, una madre colta e un padre assente. Teresa sapeva che nella loro casa non c’erano libri né musica. Tutto era più concreto, più semplice, più duro.

Eppure, in quella nuova casa piena di odori e silenzi, Leandro cominciò lentamente a trovare un equilibrio. E quando imparò a non aver più paura delle anguille, fu quasi una piccola vittoria.

All’inizio non riusciva nemmeno a guardarle, quelle anguille viscide che si agitavano nervose, con quel modo contorto di muoversi, come serpenti d’acqua. Gli facevano paura, lo disgustavano quasi. Ma col tempo imparò a maneggiarle, a rispettarle, a riconoscerne i ritmi. Divennero parte della sua quotidianità, della sua storia.

E poi divennero favole, molti anni dopo, favole per Astrid.

Astrid era una bambina curiosa, con le ginocchia sempre sbucciate e una bicicletta troppo grande per lei. Passava l’estate a Comacchio, dai nonni, e ogni mattina gironzolava lungo il canale, proprio dove Leandro lavorava o semplicemente si sedeva a guardare l’acqua.
Lo osservava da lontano per qualche giorno, poi iniziava ad avvicinarsi e a fare domande,
un fiume di domande.
«Perché si muovono così?»
«Ma mordono?»
«Le hai mai toccate senza guanti?»
«Sono tutte femmine?»
«Hanno un nome?»

All’inizio, Leandro rispondeva con monosillabi, imbarazzato e forse infastidito, aspettando solo che quella bambina curiosa si stancasse e lo lasciasse in pace. Poi, come le lente estati calde, si lasciò andare. Cominciò a inventare.

Nacquero così le favole delle anguille.
Una si chiamava Arpa e cantava sott’acqua. Un’altra, Luma, aveva paura del buio e si nascondeva nella sabbia. C’era anche Felice, che voleva diventare un pesce volante ma coi suoi salti finiva sempre con l’atterrare sulla testa di qualche pescatore.

Astrid ascoltava rapita.
E per Leandro, ogni storia era un modo per restare ancora un po’ dentro ai suoi ricordi e forse, per crearne di nuovi.

Così Astrid tornò ogni anno con i suoi genitori e divenne per lui una terza famiglia.

Leandro non stava bene da tempo. Sentiva una stanchezza insolita, come se ogni respiro fosse un piccolo sforzo in più. A volte, un fastidioso senso di oppressione al petto lo coglieva senza preavviso. La notte era la parte peggiore: spesso si svegliava con un senso di fame d’aria, come se il mondo si stringesse intorno a lui.

Nonostante tutto, non dava troppo peso a quei segnali. Non era tipo da preoccuparsi o correre dal medico per ogni malessere. Ma quella mattina, mentre infilava lo spartito nella tasca della giacca e si preparava a salire in bicicletta, sentì che forse era il momento di fare una visita, anche solo per scambiare qualche parola con il dottore. Aveva una certa ammirazione per Argento. Nonostante fosse giovane, era colto, curioso, attento. Nei suoi modi e nel suo modo di parlare, Leandro ritrovava qualcosa delle antiche radici di sua madre: una familiarità con i libri, un rispetto sottile per le parole. Quando capitava che l’ambulatorio fosse vuoto, si fermava volentieri a fare due chiacchiere con lui, ma se vedeva anche solo una persona in sala d’attesa, si voltava e tornava indietro. Non voleva disturbare.

Leandro appoggiò la bicicletta al muro e spinse la porta di legno che cigolava appena. L’ambulatorio era vuoto e silenzioso, solo il ticchettio dell’orologio e il profumo tenue di caffè riempivano l’aria, si sporse piano, Argento era chino su un libro aperto, gli occhiali calati sulla punta del naso, una tazzina vuota accanto.

«Se sei venuto per morire, sei in ritardo,» disse, senza alzare lo sguardo.

Leandro sorrise.
«No, per quello ho ancora qualche giorno... ma mi manca il fiato per riderci su.»

Argento alzò lo sguardo allora, lentamente. Lo fissò per un attimo, come si fissa un alone in uno specchio.
Chiuse il libro con calma, ma il tono, quando parlò, non aveva più nulla di leggero.
«Da quanto tempo, Leandro?»

Leandro non rispose subito. Si sedette.
In tasca, lo spartito si piegava sotto il peso delle parole che ancora non sapeva dire.

Capitolo 7

Ancora Comacchio, 13 luglio 2000

“Allora, Leandro, cominciamo dall’inizio…” disse Argento, infilando il camice bianco, quello che solitamente indossava solo d’inverno per proteggersi dall’umidità che si alzava dalle paludi di Comacchio, penetrando i cappotti nella sala d’attesa e, inevitabilmente, arrivando fino a lui.

“Vieni qui, facciamo una visita come si deve. Non possiamo limitarci a parlare delle nostre cose se poi ti ammali davvero…” aggiunse il medico, cercando di celare una preoccupazione crescente. In realtà, nelle ultime visite aveva notato un pallore insolito e un evidente affaticamento in Leandro, ma non aveva mai osato indagare più a fondo.

Sapeva che Leandro si fermava da lui solo per un saluto veloce o per prendere un caffè, sempre quando la sala d’attesa era vuota. Le rare volte in cui aveva ricevuto una prescrizione, aveva aspettato il suo turno con attenzione, assicurandosi che nessuno lo osservasse troppo da vicino. Era un tacito accordo tra loro, un modo per sovvertire i ruoli che ciascuno era costretto a recitare.

Prese lo stetoscopio.

“Ma è freddissimo!” disse Leandro “come quell’anguilla che ieri non riuscivo a prendere. Ci credi dottore che era gelida?”

Argento sorrise appena, ma non disse nulla. Leandro invece continuò, con quel suo modo a metà tra il racconto e la divagazione:
“Era lì che guizzava tra i canneti, sembrava fatta d’acqua e ombra. Lo sai che l’anguilla, prima di tornare nel Mar dei Sargassi a morire, si ferma un momento, come a salutare? Un vecchio pescatore una volta mi disse che le anguille, quando fanno così, stanno ricordando. Diceva che il freddo che hanno addosso non è colpa dell’acqua, ma della malinconia.”

Argento non rispose subito.
Appoggiò lo stetoscopio al petto dell’uomo intimandogli di fare silenzio, ciò che udì non gli piacque.

Il battito era irregolare, interrotto, come se inciampasse nel tempo. Più che un cuore, sembrava un’orchestra sfiatata: un’ottava calante, poi un silenzio, un tonfo improvviso, una pausa sbagliata.
Il soffio era evidente, un fruscio liquido che non lasciava dubbi.
“Leandro... il tuo cuore salta dei battiti ma questo sarebbe il meno...hai un soffio alla mitrale molto marcato, significa che il tuo cuore si è ingrossato e ascoltami; è veramente pericoloso. Se aspetti ancora un po’, potrebbe non esserci più niente da fare. Non sto esagerando.”

“Dobbiamo fare subito un salto in ospedale, hai qualcuno che ti accompagna?”, anzi chiamiamo un’ambulanza, meglio fare un elettrocardiogramma.”

“Stai tranquillo dottore. A me non serve un’ambulanza, serve che mi ascolti sino a quando mi resta un poco di fiato.”

“Non essere testardo, Leandro, te lo dico come medico e come amico.”

“Taci, ragazzo. Ascoltami. E poi andrò in ospedale.”

Leandro mise la mano in tasca ed estrasse lo spartito, lo porse con delicatezza ad Argento.

“Ma ti pare che dobbiamo aspettare per un pentagramma?”

“Questo non è un pentagramma. È quello che ti lascio con cura. Non ho nessun altro: un medico e una bambina. Ma so per certo che questo pezzo di carta è importante. Il mio rammarico è di non essere mai riuscito a capire cosa rappresentasse. Ho pensato anche di portarlo a un maestro di musica, ma mia madre me lo lasciò dicendo di non dirlo a nessuno. Disse che se un giorno avessi avuto bisogno di qualcosa, mi avrebbe aiutato. A me, per fortuna, non è servito quasi nulla. Sono stato bene con la mia famiglia, come sai… certo, forse se avessi trovato una fidanzata sarebbe stato meglio. Ero anche un discreto ragazzo” sorrise con un filo di voce, “…ma quando ti abitui a parlare con i pesci, non sopporti più gli umani. E poi, da vecchio, ti accorgi che la solitudine è brutta. Finisci per affezionarti ai bambini.”

Argento si fece serio, vedeva molti anziani in ambulatorio, vedeva la solitudine che come un fiume carsico attraversa molte vite, e spesso diventa un lago stagnante. Non è solo mancanza di compagnia: è la sensazione che il mondo vada avanti senza più bisogno di loro.
Leandro era uno di quelli che avevano trovato un rifugio negli animali, nei ricordi, nei gesti lenti. Ma dietro il suo sorriso c’era la malinconia di chi non ha qualcuno da chiamare a casa per cena.
E in quella bambina, Astrid, aveva trovato un’eco, una voce che rispondeva, anche se ancora incerta, spesso pensava a quel visino impertinente e curioso, alla capacità di guardare il mondo dal rovescio, un po' come capitava a lui. Era difficile farsi capire, quando si è fatti così. Non era stranezza, non era follia: era solo un modo diverso di stare al mondo che inevitabilmente portava ad inciampare nel giudizio degli altri a restare soli nella propria visione sghemba.

Argento a dire la verità non ascoltava una parola di quello che biascicava Leandro.
Era troppo preoccupato. Strani discorsi su un pezzo di pentagramma, la madre, le anguille, le bambine.
Certo, spesso avevano condiviso pareri, scambiato libri, ma parlare di un possibile ruolo salvifico di uno spartito… e poi quel cuore, quel cuore non andava.

Il quadro era chiaro: un'insufficienza mitralica scompensata, probabilmente cronica, ora in fase acuta. L'aritmia sembrava fibrillazione atriale parossistica.
Argento sapeva bene che, in certi casi, il tempo non era solo prezioso, era tutto.
Un infarto silente, un'embolia, un edema polmonare notturno: bastava un niente.
E Leandro parlava di spartiti come se stesse lasciando un testamento segreto.

“Leandro, ti giuro che ti ascolto. Ma andiamo in ospedale. Ti accompagno io, dopo ci prendiamo anche un caffè. Ma adesso… ti prego.” “Tu non capisci, Argento. Sei troppo medico. Tutto è elettrocardiogramma, pressione, volume sistolico…”

“E tu troppo filosofo da barche, Leandro. Dimmi dove lo trovo, un cuore così incasinato e ancora in piedi.”

“Ce l’hai davanti.”

“Appunto. Sta per cadere, e io vorrei tenerlo su almeno per un’altra chiacchierata.”

“Lo vedi? In fondo, sei più poeta di quanto vuoi ammettere.”

“E tu più malato di quanto vuoi credere.”

Si guardarono. Silenzio.

Poi Leandro sbuffò. “Va bene, va bene, andiamo. Ma prima promettimi una cosa.”

“Dimmi.”

“Che se questo spartito è davvero importante, lo capirai tu. E non lo venderai su eBay!”

“Promesso. Ma ti avverto, se mi fai leggere una tarantella nascosta nel pentagramma, ti mollo al pronto soccorso.”

Leandro rise. Un suono spezzato, ma ancora vivo.

Il tragitto fu breve. La macchina sobbalzava sulle buche delle strade; Argento guardava distrattamente fuori dal finestrino, ignorando lo spartito che Leandro stringeva con forza tra le mani. I suoi pensieri erano altrove, concentrati sulla salute del suo amico e sulle parole che avrebbe dovuto dirgli.

“Te la ricordi quella signora che aveva la merceria in fondo a via Fogli?” chiese Leandro, rompendo il silenzio. Era lì, proprio dietro il Ponte dei Trepponti, quella vetrina piccola, con dentro bottoni, nastri e fili colorati, con la porta sempre mezza aperta: la Signora con il grembiule addosso e le mani svelte con l’ago. Nessuno sapeva molto di lei, ma tutti, almeno una volta, ci hanno messo piede…non ti è mai saltato un bottone?”

Argento lo guardò con un’espressione un po’ tesa. “Si certo, ma è chiusa da tempo, la donna in questione è stata trovata morta nel canale qualche mese fa, non l’hai saputo? Perché me lo chiedi?”

Leandro esitò, cercando le parole giuste. “Non ci avevo fatto troppo caso all’epoca, ma ora che ci penso… la sua morte mi tormenta.”

Argento scrollò la testa, con un mezzo sorriso amaro. “Leandro, non credo che la tua testa stia molto bene ultimamente. Queste storie mi sembrano frutto di qualche pensiero confuso. Era una bella donna, solitaria, e la sua morte pare avvenuta per un incidente o suicidio, non ricordo”

Leandro serrò le labbra, ma non rispose. Il silenzio si fece pesante mentre la macchina si avvicinava all’ospedale. L’ingresso si aprì davanti a loro come un sipario grigio.  Argento spinse la porta scorrevole con un gesto deciso, ma Leandro sentiva già il peso di un’ansia invisibile stringergli il petto.

“Ti porteranno subito in cardiologia,” disse Argento, mentre un’infermiera li accompagnava lungo il corridoio luminoso e odoroso di disinfettante. Leandro camminava a fatica, il respiro corto, il cuore che sembrava tamburellare in modo irregolare dentro il petto.

Ad ogni passo, un miscuglio di pensieri gli affollava la mente: il misterioso spartito, quella donna trovata nel canale, la solitudine che lo aveva attanagliato negli ultimi tempi. Una parte di lui voleva ancora credere che tutto sarebbe andato bene, un’altra invece tremava al pensiero di ciò che poteva aspettarlo.

Si sdraiò sul lettino con un senso di resa. La stanza era fredda, il rumore lontano dei monitor sembrava scandire il tempo che gli restava. Argento gli prese la mano, ma Leandro si sentiva come sospeso, distante, come se la sua vita si stesse dissolvendo tra quelle pareti bianche.

“Dottore… se questa è la fine, almeno ascoltami,” mormorò con voce roca. “Non voglio che questa storia finisca così, senza un senso. Quel pezzo di carta… può essere l’unica cosa che ho lasciato.”

Argento non rispose, ma dentro di sé sapeva che quel fragile uomo di fronte a lui aveva bisogno di cure mediche ma anche di verità, di pace, di qualcosa che nemmeno la medicina poteva offrire.

Improvvisamente, la stanza dell’ospedale svanì attorno a Leandro.

Era a casa, nella casa di sua madre, la luce soffusa che filtrava dalle tende mentre lei suonava il pianoforte e le dita scorrevano leggere sui tasti come se dipingessero un quadro invisibile.

Leandro stringeva un fazzoletto, il suo gioco preferito, lo agitava con leggerezza, attorno profumo di legno e fiori e pace.

Poi arrivarono loro, i suoi nuovi genitori, entrarono senza bussare ma con quel calore che solo chi ti vuole bene sa donare. Stella smise di suonare, si alzò e si abbracciarono tutti come se fossero sempre stati una famiglia.

In un angolo della stanza, quasi senza farsi notare, c’era anche un uomo distinto, alto, vestito con un impeccabile abito scuro e una sciarpa di seta nera che gli carezzava il collo. I suoi capelli corvini lucenti e l’espressione aristocratica lo rendevano quasi irreale, come un’ombra elegante che sfuggiva alla memoria. Osservava in silenzio e ripensandoci bene Leandro ricordò di averlo visto qualche volta

parlare e suonare appassionatamente con sua madre.

Pareva sentire dei brusii, forse erano le donne di Caldogno che parlavano di un legame particolare tra loro, forse un segreto custodito tra le note di quello spartito che ora è lì sul pianoforte. All’improvviso tutto diventò chiaro: quel pezzo di carta che aveva sempre visto ma mai capito, era la chiave di quel ricordo, di quell’uomo, di quella vita che aveva smarrito.

Stella tornò a suonare e la melodia lo avvolse, una sensazione dolce e struggente insieme, come se ogni nota raccontasse tutta la sua storia.

E poi fu un suono lontano. Il bip continuo ed incessante di una macchina, un’onda sonora sintetica come in un rave underground di Berlino.

Elettrocardiogramma piatto.

 

 

 

 

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