Capitolo 2
Caldogno, 13 febbraio 1930
Era una casa che un tempo aveva avuto pretese. Un grande
portale, due leoni di pietra a guardia dell’ingresso — ora ricoperti di muschio
— e vetri molati che lasciavano entrare la luce come filtrata da un sogno
dimenticato.
Ma il sogno era scivolato via, e la casa, pur imponente,
portava addosso la polvere dell’abbandono e delle cose trascurate con troppa
fretta.
La musica, però, le restituiva dignità.
Un pianoforte scordato, eppure ancora vivo, lasciava uscire
una melodia malinconica dalle mani di una donna troppo bella per quel luogo — o
forse troppo stanca per sembrarlo davvero.
Alta, sottile, capelli lunghi e scuri come il legno dello
strumento, le labbra quasi immobili mentre suonava. Solo gli occhi, di un
azzurro impossibile, tradivano un’agitazione trattenuta.
Era incinta, e lo sapeva in ogni fibra del corpo. Aveva
imparato a riconoscere quel tipo di stanchezza: profonda, viscerale, come se
stesse costruendo un altro mondo dentro di sé.
Ma un bambino era già nato, e correva scalzo tra le stanze.
Cinque anni, capelli chiari e occhi incerti, come se non
sapessero ancora a chi appartenere. Non aveva un nome registrato. Era un
bambino invisibile per lo Stato, ma presente. Un respiro dentro quelle mura.
Correva con un fazzoletto annodato in mano, in cerca di
qualcosa che nessuno aveva lasciato.
Caldogno era un puntino agricolo sulla carta del Veneto,
immerso nella nebbia e nelle miserie del primo dopoguerra.
Il 1930 aveva portato con sé fame, paura e silenzi lunghi
quanto la pianura.
Il fascismo si era infilato anche nelle cucine, nei registri
parrocchiali, nei campi spogliati da grandinate fuori stagione.
Gli uomini partivano per cercare lavoro nelle città, o per
non tornare mai. Le donne restavano, coi grembiuli e i pensieri stretti.
E i bambini — quando c’erano — erano spesso fantasmi, come
quel piccolo.
Suo padre era tornato dalla guerra — la “grande”, come la
chiamavano allora — ridotto a un insieme di ossa, silenzi e tremori. Aveva
dormito per giorni interi in una stanza buia al piano di sopra, senza parlare,
senza chiedere.
Lei lo aveva guardato svanire lentamente, consumarsi tra le
lenzuola. E forse era già morto da tempo.
Era bastato un ultimo gesto, un’ultima notte in cui il corpo
aveva obbedito a qualcosa di antico, per lasciarle dentro quel bambino.
Poi lui se n’era andato per davvero.
Non c’erano fotografie. Solo una vecchia giacca militare in
una cassapanca. E qualche sguardo assente, nei momenti di silenzio, quando il
dolore si faceva immobile.
Lei chiuse il coperchio del pianoforte con un colpo lieve,
si alzò lentamente, portando una mano al ventre.
Tra qualche mese avrebbe partorito di nuovo.
Per un po’, dopo la morte del marito, Stella riuscì a
cavarsela.
In paese si mormorava che fosse una “signora vera”, e in
effetti qualcosa della sua educazione, del portamento, della voce, la rendeva
diversa.
Aveva studiato pianoforte seriamente, in un’Italia che
ancora coltivava illusioni borghesi: prima a Vicenza, poi a Venezia, dove era
stata allieva di un professore che aveva suonato persino a Trieste, quando
ancora il nome di Ferruccio Busoni faceva tremare le sale da concerto.
Aveva mani lunghe, flessibili, da vera concertista.
Quando insegnava, diceva sempre:
“Il tocco non è nelle dita, è nell’orecchio. Se non senti la differenza tra un
Do stanco e un Do innamorato, è inutile suonare.”
Per quasi due anni, insegnò musica ai figli dei notabili di
Vicenza e delle ville sparse lungo la campagna veneta: notai, farmacisti,
medici, mogli devote a Dio e alle scale cromatiche.
Arrivavano in carrozza o in automobile, lasciando dietro di
sé profumo di cipria e richieste garbate.
Il pianoforte era il cuore della casa.
Era un Pleyel scordato ma fiero, che una vecchia zia le
aveva lasciato in eredità con una lettera vergata a mano:
“Per non dimenticare chi sei.”
Ogni mattina, Stella apriva il coperchio con la cura di un
rito.
Toccava i tasti come fossero pelle, o carta da lettere.
Le scale, i preludi, i valzer: li conosceva a memoria.
Preferiva Chopin, ma insegnava anche Clementi, Mozart, e i
nuovi esercizi di tecnica che giravano tra i conservatori, dove le donne
pianiste iniziavano a farsi notare, pur restando ombre dietro ai nomi maschili.
Col tempo, però, le lezioni diminuirono. Alcune allieve si
sposarono, altre si trasferirono, qualcuna semplicemente smise di venire.
La guerra aveva tolto tempo, certezze e musica a tutti.
E anche se adesso il silenzio sembrava più sopportabile,
c’era qualcosa nell’aria che non tornava. Una soglia socchiusa, pronta a
sbattere nei giorni di vento.
Stella non smise mai di suonare.
Anche quando la casa cominciò a svuotarsi — prima i libri,
poi i quadri, infine le tende — lei restava lì, con le dita sui tasti bianchi e
neri, come a cercare un codice segreto per far tornare tutto com’era.
Era il pianoforte, ormai, a insegnare qualcosa a lei: che
ogni suono porta con sé un'eco, e ogni eco una memoria.
Come sempre, la sera era scesa silenziosa su Caldogno, e
l’unico suono vivo nella casa era quello del pianoforte.
Stella, seduta con il ventre appena arrotondato, muoveva le
dita con una grazia stanca.
Suonava un pezzo suo. Nessuno lo conosceva. Nessuno lo
avrebbe mai suonato.
Era uno spartito che custodiva da anni, iniziato in un’altra
vita, forse in un’altra epoca.
Ogni tanto si fermava, rileggeva le note, poi ne aggiungeva
una.
Ma alcune misure erano cancellate con segni a matita troppo
marcati, quasi a coprire un pensiero.
Tra le righe, oltre le note, c’erano simboli strani: piccoli
cerchi, lune, linee oblique che sembravano disegni infantili o antichi
alfabeti.
Nessuno avrebbe capito, tranne lei.
O forse — un giorno — qualcuno.
Passò un dito sopra un segno inciso a mano, quasi
invisibile, nell’angolo inferiore dello spartito: una A intrecciata con una
stella a cinque punte.
“È solo musica,” disse piano, ma non ci credeva nemmeno lei.
Chiuse il coperchio del pianoforte e lasciò lo spartito
sopra, come una lettera non spedita.
Il piccolo Leandro dormiva, e il silenzio sembrava pronto a
conservare il segreto per anni.
Sullo spartito, la stella e la A brillavano appena sotto la
luce della lampada. E non sembravano più sue.
Delicato e malinconico ,bel modo di narrare...
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