Capitolo 3
Comacchio, 13 agosto 2024
Gli occhiali con le stecche verdi, in tinta con il suo abito
a fiori colorati su sfondo prato, erano un vezzo al quale non avrebbe mai
rinunciato.
Ne aveva dieci o venti o mille, di stecche colorate da infilare negli occhiali,
per darsi quel tono da Signora che tanto le piaceva quando in orfanotrofio
giocava con le compagne di sventura — quella manciata di bambine che non aveva
certo il suo buongusto, non sapeva creare parrucche con le federe dei cuscini o
strepitosi abiti da sera con le tende pesanti e ocra che oscuravano le lunghe
finestre.
Ogni mattina, prima di uscire, Agnese apriva la scatola di
latta dove custodiva le stecche come fossero gioielli d’alto rango. Le
osservava una ad una, passandole tra le dita come se potessero risvegliare i
ricordi che ciascuna portava con sé.
Le verdi, abbinate all’abito a fiori, erano le sue preferite
nei giorni di sole. Le rosse le usava quando doveva affrontare discussioni
serie, come quella volta in cui il padrone di casa aveva osato aumentare
l’affitto. Le azzurre, solo nei giorni di pioggia, per ricordarsi che anche il
cielo ha il diritto di piangere.
Oggi però aveva scelto le verdi. Perché c’era il sole, sì,
ma anche perché nel cuore le batteva un’emozione simile a quella provata tanti
anni prima, quando aveva rubato un rotolo di nastro dorato dalla sartoria
dell’orfanotrofio per farsi una cintura da regina.
Aveva ricevuto una lettera. Una busta color avorio, con il
suo nome scritto a mano in un corsivo inclinato e insicuro. Nessun mittente.
Nessun francobollo. Era lì, semplicemente, infilata sotto la porta.
Impensabile che arrivassero ancora lettere: certamente
qualcuno che sapeva della sua veneranda età e della poca dimestichezza con le
nuove tecnologie.
Sedette sul divano con la busta tra le mani, indecisa se
aprirla subito o assaporare ancora un po’ quella sensazione di attesa; alla
fine, con un gesto deciso, spezzò il sigillo.
Dentro c’era un biglietto piegato in due. Una sola frase,
scritta con una grafia elegante e tremolante:
“Ti ricordi l’abito di tulle blu? Io sì.”
Ma il tulle blu, in realtà, non era mai stato un abito.
Era il bordo di un prezioso ricamo nella stanza della
direttrice, una tenda pesante e profumata di naftalina che copriva lo scaffale
dove venivano custoditi i documenti riservati: quelli con i nomi delle madri
scomparse e dei padri mai nominati. Lei lo aveva toccato solo una volta,
durante uno dei suoi giochi proibiti, mentre le altre bambine facevano la
guardia.
Aveva staccato un lembo minuscolo, giusto un filo, e l’aveva
intrecciato nei capelli come un nastro regale. Ricordava ancora la sensazione
tra le dita: ruvida e leggera allo stesso tempo, con un riflesso blu cobalto
che sembrava cambiare colore alla luce.
Nessuno sapeva di quel gesto. Nessuno, tranne una sola
bambina: Lucietta.
Occhi storti, mani sempre sporche di colla, e una memoria
tagliente, netta, come una lama di forbice. Lucietta non parlava mai, ma
osservava tutto.
Lucietta che una sera era scomparsa, senza lasciare traccia.
“Adottata”, avevano detto. Ma nemmeno la direttrice riusciva a mentire senza
abbassare lo sguardo.
Ora, una busta senza francobollo. Una frase con un
riferimento che nessun altro avrebbe potuto conoscere.
Le dita le tremarono appena, mentre riponeva il biglietto
nella scatola delle stecche colorate.
— Sei tornata, Lucietta? — mormorò. — O forse non sei mai
andata via?
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