Capitolo 4
Caldogno, 13 marzo 1945
Vagare per i cimiteri gli era sempre piaciuto. Forse per la
quiete e il silenzio, o forse per quei nomi scolpiti nella pietra, capaci di
nascondere storie vere — o almeno storie che lui poteva inventare a modo suo.
Leandro aveva vent’anni e da due era rimasto l’ultimo ospite
dell’orfanotrofio di Caldogno. Tutte le compagne erano già andate via: alcune
adottate, altre accolte da parenti, altre ancora messe in qualche lavoro.
Lui invece era rimasto lì, quasi per caso, diventando il
giardiniere della struttura, occupandosi con cura delle aiuole e dei vialetti,
mentre vedeva arrivare e partire nuovi piccoli, con storie tutte da scoprire.
Anche quel giorno, Leandro si era rifugiato al cimitero, cercando
in quel silenzio una traccia di sé, un ricordo di Stella, sua madre.
Si fermò davanti a un mucchietto di terra grigio e una
lapide senza nome.
Lì c’era sua madre. Non lo sapeva per certo, ma lo sentiva.
Ricordava soltanto un mattino di silenzio interrotto da
passi, grida soffocate, mani che correvano, e quel profumo dolciastro e melmoso
che gli rimase impresso per sempre: l’odore del sangue.
Lo capì anni dopo, quando all’orfanotrofio, giocando in
cortile, Lucietta si prese una pallonata sul naso e il sangue cominciò a
scorrere copioso.
In quell’istante l’odore ritornò vivido, e nella mente si
formò l’immagine confusa di una stanza, un pianoforte, donne agitate, e un
fagotto insanguinato che emetteva versi incerti, flebili — e poi tutto fu nero.
Tirò fuori dalla tasca lo spartito che portava sempre con
sé, uno dei pochi oggetti personali che gli erano rimasti. Lo guardò con
attenzione. Non aveva titolo.
Le misure cancellate, i simboli strani e quella “A”
intrecciata con una stella a cinque punte che brillava appena alla luce, erano
indizi.
Cosa significavano? Chi li aveva scritti davvero?
Leandro si alzò lentamente, lasciando il mucchietto di terra
alle sue spalle — un luogo diventato simbolo di radici mai davvero perdute.
Il crepuscolo stendeva un velo dorato sulle tombe, mentre il
vento portava con sé profumi d’erba umida e memorie lontane.
Ora però era tempo di prepararsi a lasciare quel luogo che
era stato casa e prigione insieme. Una porta che si chiudeva, ma anche un nuovo
inizio incerto.
Una famiglia di Comacchio, avanti con gli anni, aveva
bussato alla porta dell’orfanotrofio anche per lui. Occhi gentili e mani forti
gli avevano offerto una nuova casa — fatta non di mura, ma di affetti da
costruire.
Oggi era già domani.
Ben presto, Comacchio, con i suoi canali, le barche leggere e l’odore salmastro
del mare, divenne il suo nuovo rifugio.
Nel silenzio delle notti estive, si sedeva sulla riva del Po
di Volano, osservando i riflessi argentati di creature misteriose. Le anguille,
con i loro movimenti sinuosi e il viaggio leggendario attraverso fiumi e
oceani, divennero per lui simbolo di resistenza e trasformazione, come lui,
anche loro portavano dentro una storia antica — fatta di partenze e ritorni, di
radici sommerse e nuove strade da percorrere, si muovevano come ombre
sfuggenti, ma qualcosa di antico sembrava vibrare appena sotto la superficie.
Leandro stringeva ancora lo spartito tra le mani,
consapevole che la verità nascosta in quelle note avrebbe potuto cambiare
tutto.
Ma quale verità? E quando avrebbe deciso di rivelarsi?
Il mistero restava sospeso, come una corrente sotterranea
pronta ad affiorare solo a chi fosse capace di decifrare il linguaggio
silenzioso della musica e dell’acqua.
Ma quel tempo era ancora lontano.
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