Capitolo
5
Caldogno,
31 ottobre 1930
C’era
confusione, rumore, voci. O almeno, così le sembrava.
Stella vedeva la gente muoversi attorno a lei, ma non capiva chi fossero, né
cosa stessero facendo.
Chi l’aveva chiamata? E perché?
Ricordava solo il freddo, Il buio, Leandro che piangeva.
E quella
nuova, clandestina vita che si agitava dentro di lei, stanca di attendere,
impaziente, aveva scelto proprio quella notte per nascere. Una notte
rischiarata da una luna famelica e leggendaria, con gli spiriti pronti ad
attraversare la soglia del mondo, nell’attesa della mezzanotte.
Già la
sera prima, Stella aveva sentito qualcosa cambiare. Aveva provato a suonare, ma
le dita esitavano sui tasti. Si era fermata a lungo a osservare lo spartito,
immobile.
Poi aveva chiamato Leandro. Lui era arrivato, con l’andatura svogliata di un
bambino abituato a sentire troppo, troppo presto.
Gli prese
le mani, calde, tra le sue dita gelide.
“Vedi questo spartito, Leandro?” mormorò. “È come una voce. Una fiaba. Una
consolazione. È quello che hai sentito tante volte... non te ne dovrai mai
separare. Qualsiasi cosa succeda”.
Il bambino la fissò, incerto.
“ Ma io non so suonare, mamma… Come farò, se voglio farlo parlare?”
Stella sorrise, accarezzandogli i capelli.
“Ti parlerà lui. Quando sarai più grande. Se ne avrai bisogno”
Le parole
non gli erano chiare. Ma le stranezze di sua madre non lo spaventavano. Lo
rassicuravano.
Così la ascoltò, senza fare domande. Così la lasciò andare, senza sapere.
Stella
sentiva che il freddo e il buio la stavano portando via, ma non aveva paura.
Era fatta di musica e silenzi. Di sogni e brevi visioni. Non sapeva cosa
sarebbe diventata dopo, forse una delle sue melodie, forse solo un pensiero come
la polvere che si posa lieve sulle cose amate.
Dentro di lei, la creatura premeva per nascere. E si sarebbe portata via tutto.
Era una bambina. Lo aveva capito dai sogni che le aveva lasciato in dono, dai
movimenti leggeri, dalle note che aveva ispirato.
Non servivano parole: Leandro era troppo piccolo, e lei non aveva più voce.
Ma non aveva paura, né per sé né per i suoi figli. Erano fatti della stessa
materia. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere. In qualche forma.
E poi fu freddo e luce.
Il
postino — Luigi, lo stesso da ventitré anni — si avvicinò alla villa come ogni
giorno, fischiettando tra i baffi.
Portava in tasca solo una lettera ufficiale del Comune, ma si era abituato a
fermarsi lì anche quando non aveva posta.
Stella era una donna bellissima. Elegante senza volerlo, misteriosa.
Luigi, che aveva visto abbastanza del mondo e delle sue miserie, si permetteva
di rivolgerle sempre un saluto un po’ più lungo del necessario.
Quella mattina, però, qualcosa lo turbò, un odore acre, dolciastro, umido e pesante e un lamento come un vagito incessante.
Spinto da
un presentimento, toccò il cancello, non era chiuso.
Attraversò il giardino senza fretta, ma con il cuore accelerato. La porta
d’ingresso era socchiusa
“Signora
Stella? “chiamò.
Nessuna risposta.
Entrò.
E quello che vide, non lo dimenticò mai più.
In piedi,
al centro del salone, c’era un bellissimo pianoforte. E seduto davanti ad esso,
un bambino.
Cinque anni, forse. Mai visto prima, pensò Luigi, anche se qualcosa nei suoi
occhi gli parve familiare.
Stava lì, immobile, guardava i tasti come se stesse ascoltando una voce
invisibile.
Ai suoi
piedi, distesa sul pavimento, giaceva Stella. Sangue e morte. Sangue dal pavimento
ai tasti del pianoforte, dal volto pallido al fagotto avvolto in un panno
improvvisato, imbrattato della stessa sostanza e da cui una neonata urlava al
mondo. Sangue e vita.
Luigi si fece il segno della croce. Chiamò aiuto. Corse fuori, inciampò nella
ghiaia. Urlò il nome della levatrice, quello del parroco, e si accorse solo
allora che stava tremando.
Nel
frattempo, Leandro non si mosse.
Poco tempo prima aveva raccolto la neonata con un gesto goffo ma naturale, e
l’aveva posata accanto alla madre. Aveva preso tra le mani la scatola che
conteneva lo spartito. L’aveva stretta al petto.
E si era seduto davanti al pianoforte.
Non piangeva. Non parlava, negli occhi aveva una calma assoluta. Sua madre non
gli aveva insegnato la paura, solo il suono del coraggio.
Fu il
primo a vedere la gente accorrere, ma non si spostò, non cercò abbracci né
consolazioni .Aveva già capito tutto ciò che gli serviva.
Quel
giorno, nacque sua sorella.
Quel giorno, sua madre diventò suono.
Quel giorno, Leandro divenne custode.
Stella
era ovunque lì attorno, come sarebbe stata in ogni luogo e tempo e spazio a
venire.
Nei racconti che Leandro avrebbe fatto molti anni dopo, man mano che piano
sarebbero riaffiorati i ricordi. Nella casa un giorno venduta, nel pianoforte
divenuto ceppo da ardere in un camino.
Era nei sogni e nelle sinfonie delle canne al vento che, dalla campagna al
mare, avrebbero suonato ancora e ancora il mistero di quello spartito.
In ogni battito di cuore e in ogni pensiero dove la vita non muore mai.
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