Capitolo
6
Come erano passati, tutti quegli anni? Il suo corpo ormai non riusciva più a
corrispondergli, a rappresentarlo davvero. Questo pensava Leandro ogni mattina,
mentre percorreva in bicicletta la strada che portava al canale.
Un attimo prima riaffioravano i ricordi dei giochi con Lucietta e Agnese; un
attimo dopo, la sua nuova famiglia, i cimiteri che non avrebbe più visitato, e
quel pensiero della sera, mentre sfogliava lo spartito, proprio come faceva sua
madre, Stella, ogni giorno, tanti anni prima.
Quella musica non era mai cambiata. Era passato solo un attimo. Un attimo lungo
settantacinque anni. La memoria aveva custodito ogni istante da quel mattino in
cui aveva sentito il pianoforte suonare per l’ultima volta quella musica
strana, pareva quasi il lamento di un bambino.
Gli anni
dell’orfanotrofio non erano stati infelici. Aveva trovato nuovi fratelli e
sorelle. Lucietta e Agnese erano arrivate quando lui era già un ragazzino, da
un altro istituto, chiuso, raccontavano le suore, per mancanza di fondi.
Furono proprio loro le bambine che più di tutte gli fecero compagnia.
Lucietta: ordinata, metodica, osservatrice silenziosa.
Agnese: mente arguta, stravagante, sempre pronta a sorprendere.
Erano un bel trio, la sua prima, vera famiglia.
Poi
vennero gli anni a Comacchio, con i genitori adottivi, i lavori nella laguna,
la sua seconda vera famiglia.
Era stato fortunato. Giovanni e Teresa erano brave persone. Giovanni era un uomo
di poche parole, la pelle cotta dal sole e le mani segnate da anni di pesca. Le
sue dita erano spaccate, sempre ruvide, odoravano di corda, acqua salmastra e
fatica. Ogni mattina usciva prima dell’alba, sistemava le nasse e poi passava
le ore al mercato a vendere le anguille. Tornava stanco, ma dritto, come chi
non chiede nulla in cambio se non silenzio e rispetto. Non era affettuoso, ma
aveva sani principi: alla tavola si mangiava insieme, il pane si spezzava in
tre e nessuno doveva sentirsi ospite.
Teresa,
invece, era tutta un’altra cosa. Profumava sempre di sapone. Lo usava in
abbondanza, quasi a coprire quell’odore di pesce che sembrava attaccato ai
muri, ai vestiti, perfino all’anima. Stendeva panni e lenzuola per ore al sole,
anche d’inverno, nella speranza che il vento portasse via quel passato
vischioso, quella vita che l’aveva un po’ imprigionata. Con Leandro cercava un
contatto. Gli parlava mentre rigirava le lenzuola, lo osservava mentre stava in
silenzio, cercava di capirlo. Ma era difficile.
Il mondo da cui veniva Leandro , o forse quello che si portava dentro , era
diverso dal loro, dal borgo di pescatori in cui vivevano. Quando erano andati a
prenderlo, era un ragazzo già grande e non era stato semplice instaurare un
rapporto con lui. Le suore avevano raccontato da dove provenisse: una casa
padronale borghese, una madre colta e un padre assente. Teresa sapeva che nella
loro casa non c’erano libri né musica. Tutto era più concreto, più semplice,
più duro.
Eppure,
in quella nuova casa piena di odori e silenzi, Leandro cominciò lentamente a
trovare un equilibrio. E quando imparò a non aver più paura delle anguille, fu
quasi una piccola vittoria.
All’inizio
non riusciva nemmeno a guardarle, quelle anguille viscide che si agitavano nervose,
con quel modo contorto di muoversi, come serpenti d’acqua. Gli facevano paura,
lo disgustavano quasi. Ma col tempo imparò a maneggiarle, a rispettarle, a
riconoscerne i ritmi. Divennero parte della sua quotidianità, della sua storia.
E poi
divennero favole, molti anni dopo, favole per Astrid.
Astrid
era una bambina curiosa, con le ginocchia sempre sbucciate e una bicicletta
troppo grande per lei. Passava l’estate a Comacchio, dai nonni, e ogni mattina
gironzolava lungo il canale, proprio dove Leandro lavorava o semplicemente si
sedeva a guardare l’acqua.
Lo osservava da lontano per qualche giorno, poi iniziava ad avvicinarsi e a
fare domande,
un fiume di domande.
«Perché si muovono così?»
«Ma mordono?»
«Le hai mai toccate senza guanti?»
«Sono tutte femmine?»
«Hanno un nome?»
All’inizio,
Leandro rispondeva con monosillabi, imbarazzato e forse infastidito, aspettando
solo che quella bambina curiosa si stancasse e lo lasciasse in pace. Poi, come
le lente estati calde, si lasciò andare. Cominciò a inventare.
Nacquero
così le favole delle anguille.
Una si chiamava Arpa e cantava sott’acqua. Un’altra, Luma, aveva paura del buio
e si nascondeva nella sabbia. C’era anche Felice, che voleva diventare un pesce
volante ma coi suoi salti finiva sempre con l’atterrare sulla testa di qualche
pescatore.
Astrid
ascoltava rapita.
E per Leandro, ogni storia era un modo per restare ancora un po’ dentro ai suoi
ricordi — e forse, per crearne di nuovi.
Così
Astrid tornò ogni anno con i suoi genitori e divenne per lui una terza
famiglia.
Leandro
non stava bene da tempo. Sentiva una stanchezza insolita, come se ogni respiro
fosse un piccolo sforzo in più. A volte, un fastidioso senso di oppressione al
petto lo coglieva senza preavviso. La notte era la parte peggiore: spesso si
svegliava con un senso di fame d’aria, come se il mondo si stringesse intorno a
lui.
Nonostante
tutto, non dava troppo peso a quei segnali. Non era tipo da preoccuparsi o
correre dal medico per ogni malessere. Ma quella mattina, mentre infilava lo
spartito nella tasca della giacca e si preparava a salire in bicicletta, sentì
che forse era il momento di fare una visita, anche solo per scambiare qualche
parola con il dottore. Aveva una certa ammirazione per Argento. Nonostante
fosse giovane, era colto, curioso, attento. Nei suoi modi e nel suo modo di
parlare, Leandro ritrovava qualcosa delle antiche radici di sua madre: una
familiarità con i libri, un rispetto sottile per le parole. Quando capitava che
l’ambulatorio fosse vuoto, si fermava volentieri a fare due chiacchiere con lui,
ma se vedeva anche solo una persona in sala d’attesa, si voltava e tornava
indietro. Non voleva disturbare.
Leandro
appoggiò la bicicletta al muro e spinse la porta di legno che cigolava appena. L’ambulatorio
era vuoto e silenzioso, solo il ticchettio dell’orologio e il profumo tenue di
caffè riempivano l’aria, si sporse piano, Argento era chino su un libro aperto,
gli occhiali calati sulla punta del naso, una tazzina vuota accanto.
«Se sei
venuto per morire, sei in ritardo,» disse, senza alzare lo sguardo.
Leandro
sorrise.
«No, per quello ho ancora qualche giorno...ma mi manca il fiato per riderci
su.»
Argento
alzò lo sguardo allora, lentamente. Lo fissò per un attimo, come si fissa un
alone in uno specchio.
Chiuse il libro con calma, ma il tono, quando parlò, non aveva più nulla di
leggero.
«Da quanto tempo, Leandro?»
Leandro
non rispose subito. Si sedette.
In tasca, lo spartito si piegava sotto il peso delle parole che ancora non
sapeva dire.
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