Capitolo 6

 Comacchio, 13 luglio 2000

Come erano passati, tutti quegli anni? Il suo corpo ormai non riusciva più a corrispondergli, a rappresentarlo davvero. Questo pensava Leandro ogni mattina, mentre percorreva in bicicletta la strada che portava al canale.
Un attimo prima riaffioravano i ricordi dei giochi con Lucietta e Agnese; un attimo dopo, la sua nuova famiglia, i cimiteri che non avrebbe più visitato, e quel pensiero della sera, mentre sfogliava lo spartito, proprio come faceva sua madre, Stella, ogni giorno, tanti anni prima.
Quella musica non era mai cambiata. Era passato solo un attimo. Un attimo lungo settantacinque anni. La memoria aveva custodito ogni istante da quel mattino in cui aveva sentito il pianoforte suonare per l’ultima volta quella musica strana, pareva quasi il lamento di un bambino.

Gli anni dell’orfanotrofio non erano stati infelici. Aveva trovato nuovi fratelli e sorelle. Lucietta e Agnese erano arrivate quando lui era già un ragazzino, da un altro istituto, chiuso, raccontavano le suore, per mancanza di fondi.
Furono proprio loro le bambine che più di tutte gli fecero compagnia.
Lucietta: ordinata, metodica, osservatrice silenziosa.
Agnese: mente arguta, stravagante, sempre pronta a sorprendere.
Erano un bel trio, la sua prima, vera famiglia.

Poi vennero gli anni a Comacchio, con i genitori adottivi, i lavori nella laguna, la sua seconda vera famiglia.
Era stato fortunato. Giovanni e Teresa erano brave persone. Giovanni era un uomo di poche parole, la pelle cotta dal sole e le mani segnate da anni di pesca. Le sue dita erano spaccate, sempre ruvide, odoravano di corda, acqua salmastra e fatica. Ogni mattina usciva prima dell’alba, sistemava le nasse e poi passava le ore al mercato a vendere le anguille. Tornava stanco, ma dritto, come chi non chiede nulla in cambio se non silenzio e rispetto. Non era affettuoso, ma aveva sani principi: alla tavola si mangiava insieme, il pane si spezzava in tre e nessuno doveva sentirsi ospite.

Teresa, invece, era tutta un’altra cosa. Profumava sempre di sapone. Lo usava in abbondanza, quasi a coprire quell’odore di pesce che sembrava attaccato ai muri, ai vestiti, perfino all’anima. Stendeva panni e lenzuola per ore al sole, anche d’inverno, nella speranza che il vento portasse via quel passato vischioso, quella vita che l’aveva un po’ imprigionata. Con Leandro cercava un contatto. Gli parlava mentre rigirava le lenzuola, lo osservava mentre stava in silenzio, cercava di capirlo. Ma era difficile.
Il mondo da cui veniva Leandro , o forse quello che si portava dentro , era diverso dal loro, dal borgo di pescatori in cui vivevano. Quando erano andati a prenderlo, era un ragazzo già grande e non era stato semplice instaurare un rapporto con lui. Le suore avevano raccontato da dove provenisse: una casa padronale borghese, una madre colta e un padre assente. Teresa sapeva che nella loro casa non c’erano libri né musica. Tutto era più concreto, più semplice, più duro.

Eppure, in quella nuova casa piena di odori e silenzi, Leandro cominciò lentamente a trovare un equilibrio. E quando imparò a non aver più paura delle anguille, fu quasi una piccola vittoria.

All’inizio non riusciva nemmeno a guardarle, quelle anguille viscide che si agitavano nervose, con quel modo contorto di muoversi, come serpenti d’acqua. Gli facevano paura, lo disgustavano quasi. Ma col tempo imparò a maneggiarle, a rispettarle, a riconoscerne i ritmi. Divennero parte della sua quotidianità, della sua storia.

E poi divennero favole, molti anni dopo, favole per Astrid.

Astrid era una bambina curiosa, con le ginocchia sempre sbucciate e una bicicletta troppo grande per lei. Passava l’estate a Comacchio, dai nonni, e ogni mattina gironzolava lungo il canale, proprio dove Leandro lavorava o semplicemente si sedeva a guardare l’acqua.
Lo osservava da lontano per qualche giorno, poi iniziava ad avvicinarsi e a fare domande,
un fiume di domande.
«Perché si muovono così?»
«Ma mordono?»
«Le hai mai toccate senza guanti?»
«Sono tutte femmine?»
«Hanno un nome?»

All’inizio, Leandro rispondeva con monosillabi, imbarazzato e forse infastidito, aspettando solo che quella bambina curiosa si stancasse e lo lasciasse in pace. Poi, come le lente estati calde, si lasciò andare. Cominciò a inventare.

Nacquero così le favole delle anguille.
Una si chiamava Arpa e cantava sott’acqua. Un’altra, Luma, aveva paura del buio e si nascondeva nella sabbia. C’era anche Felice, che voleva diventare un pesce volante ma coi suoi salti finiva sempre con l’atterrare sulla testa di qualche pescatore.

Astrid ascoltava rapita.
E per Leandro, ogni storia era un modo per restare ancora un po’ dentro ai suoi ricordi — e forse, per crearne di nuovi.

Così Astrid tornò ogni anno con i suoi genitori e divenne per lui una terza famiglia.

Leandro non stava bene da tempo. Sentiva una stanchezza insolita, come se ogni respiro fosse un piccolo sforzo in più. A volte, un fastidioso senso di oppressione al petto lo coglieva senza preavviso. La notte era la parte peggiore: spesso si svegliava con un senso di fame d’aria, come se il mondo si stringesse intorno a lui.

Nonostante tutto, non dava troppo peso a quei segnali. Non era tipo da preoccuparsi o correre dal medico per ogni malessere. Ma quella mattina, mentre infilava lo spartito nella tasca della giacca e si preparava a salire in bicicletta, sentì che forse era il momento di fare una visita, anche solo per scambiare qualche parola con il dottore. Aveva una certa ammirazione per Argento. Nonostante fosse giovane, era colto, curioso, attento. Nei suoi modi e nel suo modo di parlare, Leandro ritrovava qualcosa delle antiche radici di sua madre: una familiarità con i libri, un rispetto sottile per le parole. Quando capitava che l’ambulatorio fosse vuoto, si fermava volentieri a fare due chiacchiere con lui, ma se vedeva anche solo una persona in sala d’attesa, si voltava e tornava indietro. Non voleva disturbare.

Leandro appoggiò la bicicletta al muro e spinse la porta di legno che cigolava appena. L’ambulatorio era vuoto e silenzioso, solo il ticchettio dell’orologio e il profumo tenue di caffè riempivano l’aria, si sporse piano, Argento era chino su un libro aperto, gli occhiali calati sulla punta del naso, una tazzina vuota accanto.

«Se sei venuto per morire, sei in ritardo,» disse, senza alzare lo sguardo.

Leandro sorrise.
«No, per quello ho ancora qualche giorno...ma mi manca il fiato per riderci su.»

Argento alzò lo sguardo allora, lentamente. Lo fissò per un attimo, come si fissa un alone in uno specchio.
Chiuse il libro con calma, ma il tono, quando parlò, non aveva più nulla di leggero.
«Da quanto tempo, Leandro?»

Leandro non rispose subito. Si sedette.
In tasca, lo spartito si piegava sotto il peso delle parole che ancora non sapeva dire.

 

 

 


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