Capitolo 8 Comacchio, 17
luglio 2000
“Se avesse saputo di
partecipare al proprio funerale, avrebbe riso.” Questo pensò Argento, seguendo
il misero corteo che accompagnava il feretro di Leandro per le vie di
Comacchio. Conosceva a malapena qualche paziente, la signora Agnese con i suoi
occhiali colorati e un paio di venditori ambulanti, gente che sicuramente aveva
condiviso i silenzi dell’ amico nelle mattine al mercato.
“Chissà se le anguille si
sono accorte di qualcosa?”
“Perché mi ha lasciato lo
spartito e quella strana storia sulla merciaia morta nel canale? Saranno stati
gli effetti della mancata ossigenazione?” Illogico e logico.
Ad un certo punto si
trovò a fianco una bambina. Si soffiava il naso rumorosamente, gli occhi due
limpidi secchi traboccanti d’acqua… Quante lacrime. Sicuramente era Astrid. E
curiosamente attirava l’attenzione su di sé, facendo contrastare le diverse età
della vita intorno a Leandro.
“Sei amico di Leandro?”
chiese la piccola. "Astrid!” era il nonno, e lei corse via. Che strani
amici siamo, pensò Argento, già nostalgico delle lunghe chiacchierate con
Leandro.
Sapeva cosa avrebbe
dovuto fare: prendere lo spartito e cominciare qualche ricerca, partendo da lui.
Non sarebbe stato difficile: come medico aveva accesso a molti suoi dati. Ma Argento
era pigro e pauroso, detestava le chiacchiere, le pubbliche relazioni. Si
permetteva lo snobismo di accogliere nelle sue conversazioni solamente chi
riteneva alla propria altezza, non per un vanto, ma per la consapevolezza di
quanto la cultura che apre le menti rappresenti spesso una porta chiusa verso
chi non la condivide. E rifuggiva, più di ogni altra cosa, la noia e le
conversazioni banali.
Leandro aveva l’innata
dote di incuriosirlo sempre, di conoscere ogni angolo di mondo ed averne
un’idea propria, spesso incoerente, che adorava. Eppure, non aveva visto che
pochi paesi, e conosciuto poche persone. Ma ogni singolo foglio, testo che
trovava, ovunque, era stato letto e riletto. Spesso lo vedeva seduto nei pressi
del canale con immense cartine geografiche, e poi tornava raccontando che aveva
viaggiato per ore.
Pensieri e pensieri si
accavallavano nella mente di Argento, quando fu raggiunto dalla signora Agnese
e non riuscì a sfuggirle. Era una simpatica donna, estremamente eccentrica, con
qualche piccolo acciacco ma una fervida ipocondria. Ogni inesistente disturbo
diveniva per lei un sintomo gravissimo, con una totale predilezione per le
malattie tropicali, il cui immaginario contagio restava un mistero per Argento,
non essendo mai stata ai tropici né frequentando alcuno che vi fosse stato.
Giungeva in ambulatorio
spessissimo, e lui si preparava ad un’interminabile seduta, salvo perdonarla
subito per le ottime torte di mele che regolarmente gli forniva.
“Buongiorno,
Dottore”
“Buongiorno,
Agnese”
“Eh… mi
spiace per il povero Leandro. Sapeva sempre darmi le anguille migliori, aveva
l’occhio, lui. Le distingueva al volo, anche solo dalla pelle. Diceva che
quelle col dorso più scuro e il ventre lucido erano le più grasse. Più buone da
fare in tegame, e ci prendeva. Non so come facesse, ma bastava che le guardasse
un attimo nella cassa e già sapeva se venivano dalla sacca o dai canali
interni. E io che mi lamentavo sempre del prezzo… Ma le anguille sue non mi
facevano mai schiuma in padella. Aveva ragione: costavano di più perché non
prendevano paura. Diceva così: “Quelle mie non sanno cos’è il panico”. Per
forza! Le teneva a parte, le calmava prima di venderle. Come fosse un
addestratore. Quante volte l’ho visto in ambulatorio da Lei, ci avevo messo un
po' di tempo a capire che lui fosse lui. Cioè, eravamo all’orfanatrofio
assieme. Lo sa, Dottore, che io vengo da un orfanotrofio del Veneto? E anche
Leandro. Lo sapeva?”
Argento
era perplesso. Che strani giri faceva la vita. Sapeva qualcosa della
provenienza di Leandro, di una casa nel Veneto, della madre morta, la
suonatrice di pianoforte, dell’orfanotrofio dove aveva imparato a fare il
giardiniere e di come pensasse che anche i pesci, come i fiori, abbiano un loro
linguaggio. Ma che la signora Agnese provenisse dallo stesso istituto gli
pareva assai bizzarro.
“Sì, sì.
Leandro me lo aveva parzialmente raccontato. Che strana coincidenza che vi
siate ritrovati qui a Comacchio”
“Ma Dottore,
in realtà erano tempi duri. Là su in Veneto c’era la fame vera, e
l’orfanotrofio traboccava di bambini. Un prete di Comacchio aveva fatto il
noviziato con don Carlo, che dirigeva l’istituto. Così, quando gli disse che
c’erano bambini da sistemare, tante famiglie di Comacchio aprirono le porte.
Alcuni li volevano per carità, altri per avere una mano nei campi… Ma tutti li
presero. Prima i piccoli, come me e Lucietta. E poi Leandro, che era grande, fu
l’ultimo ad andarsene”
“Leandro
non mi ha mai detto nulla di lei, Agnese. Era un uomo molto taciturno sul suo
passato”.
“No, caro
Dottore, non glielo ha detto perché non voleva ammetterlo. Io lo riconobbi
molti anni fa e glielo dissi, ma lui rispose che non ricordava nulla e che non
proveniva da un orfanotrofio. Continuai a comprare le sue anguille e lui a
trattarmi bene, ma non ne facemmo più parola. Non capisco gli uomini, a volte.
Eravamo come una famiglia. Perché voler dimenticare tutto? Ripeto: non capisco
gli uomini. Per quello non mi sono sposata”
Argento
non era così sorpreso dal comportamento di Leandro. Intuiva nel suo non voler
riprendere in mano il passato una sorta di protezione dei propri ricordi. O di
paura?
Ora, come
un puzzle, iniziava a trovare qualche pezzo. Troppo pochi e troppo diversi per
abbozzare qualsiasi tipo di figura. Intanto Agnese continuava a parlargli al
fianco, raccontando di come loro, e questa fantomatica Lucietta, avessero
trascorso giornate memorabili all’orfanotrofio...
L’anima
di Leandro, in quell’ultima passeggiata terrena verso il camposanto, sedeva sul
carro funebre, divertita dalle chiacchiere di Agnese e dalla noia di Argento.
“Non è
cambiata per niente. Deve sempre dire la sua. E non si sarà sposata per quella
lingua lunga e bella non è mai stata” rise “Almeno però sono riuscito a farle
capire quali sono le anguille migliori, così al mercato non la fregheranno. Non
ho fatto in tempo a farle comprendere, però, che anche Lucietta era vicino a
noi… ma l’ho trovata solo in fondo al canale. Quando si accorgerà che la
merciaia era Lucietta? E che lo spartito ha portato tutti qui? Speriamo che
Argento non sia troppo pigro… Ci andrebbe la curiosità di Astrid, ma è ancora
così piccola. Ed io ormai devo partire per un nuovo viaggio.»
Leandro aveva scoperto
troppo tardi di essere stato, ogni giorno, vicino a Lucietta. E lei, come lui,
pur sapendo, non aveva fatto nulla per farsi riconoscere. Erano così simili e così
diversi da Agnese che non avrebbe esitato un minuto a ricomporre l’allegro trio
di un tempo.
Adottata prima di tutti
gli altri da una famiglia di mercanti di stoffe, Lucietta era stata catapultata
in un mondo meraviglioso. Aveva imparato a cucire, e cucendo imbastiva sogni per
tutte le clienti. Osservava curiosa e viveva mille vite oltre la sua.
La merceria vicino ai
Trepponti era stata il suo giardino incantato. Passava le ore seduta con l’ago
in mano , a volte lavorava anche la notte, quando le giornate erano piene di
gente che entrava e usciva con nastri, stoffe e bottoni colorati. In autunno
confezionava i grembiuli per le scuole: ne era orgogliosa, ognuno aveva un
dettaglio diverso, per potersi distinguere da quelli tutti uguali
dell’orfanotrofio, spessi e ruvidi, di cui le pareva di sentire ancora l’odore,
ad ognuno inseriva un pezzo di tulle blu, come un simbolo di libertà retaggio
di un antico ricordo.
Nel via vai di Comacchio,
parlando con tanta gente al negozio, aveva finito per comprendere che i suoi
compagni di Caldogno erano quasi tutti a Comacchio. Ben presto era riuscita ad
identificarne qualcuno, tra tutti, Leandro e Agnese, e per mille volte,
vedendoli al mercato o entrare in merceria, avrebbe voluto dir loro: «Sono
Lucietta.» Ma non ne aveva mai avuto il coraggio.
I suoi genitori adottivi
la chiamavano Lucia, e Lucietta era rimasto solo un ricordo. Spesso aveva
chiesto loro di raccontarle da dove veniva, cosa sapevano di lei nel momento in
cui l’avevano presa all’orfanotrofio, ed era riuscita a comprendere unicamente
che era giunta lì appena nata, figlia di una signora morta di parto, insieme a
un gruppo di ragazzini negli stessi giorni.
Lei non
avrebbe mai saputo che uno di questi era suo fratello.
La sua
vita scorreva tranquilla e felice. I giorni erano quasi tutti uguali, ma quella
routine era per lei rassicurante. Al mattino, alle nove, apriva la serranda del
negozio ed immediatamente trovava le sue stoffe e i fili a farle compagnia.
A volte
si fermava anche a pranzo, a serranda abbassata, soprattutto in inverno, quando
fuori la nebbia si alzava dal canale. In primavera, invece, amava passeggiare
al mercato con un panino in mano. Era lì che aveva rivisto Leandro, e
immediatamente aveva capito che si trattava di lui: era bastato qualche gesto e
il viso, solo cresciuto, per ricordarle chi fosse. Non aveva detto nulla. Forse
aspettava che lui dicesse qualcosa, ignara che lui, in realtà, non l’avesse mai
riconosciuta.
Un giorno
di prima estate era giunto nel suo negozio un uomo distinto.
«Buon
pomeriggio, signore. Posso aiutarla a trovare qualcosa?»
«Buon
pomeriggio… sì, grazie. Solo un’occhiata, per ora. Ha una gran varietà di
bottoni, vedo.»
«Oh sì,
bottoni di ogni epoca e foggia. Alcuni non li fanno più da anni… ma io conservo
tutto. A volte, anche i ricordi si infilano tra le scatole.»
«Dev’essere
così, in un posto come questo. C’è qualcosa di… antico, direi. Lei è sempre
stata qui?»
«Sì, in
un certo senso io sono cresciuta qui dentro. Ma prima ancora… vivevo in un
orfanotrofio lontano, a Caldogno, in Veneto.»
Ma perché
glielo stava raccontando? Lucietta non parlava mai dell’orfanotrofio. Forse
qualcosa nelle maniere gentili ed educate l’avevano spinta a quella confidenza?
Forse sentiva che un uomo si interessava a lei?
L’uomo si
chinò su un vassoio colmo di bottoni di vetro colorato, osservandoli con un
interesse forse esagerato, come se stesse cercando un significato che non
c’era. Poi sollevò lo sguardo.
«Caldogno,
dice? È un nome che non si sente spesso. Mi scusi se la disturbo con vecchi
ricordi, ma... per caso l’orfanotrofio era quello intitolato a Santa Cecilia?»
Lucietta
smise per un istante di arrotolare un nastro verde su una spoletta. Lo sguardo
le si fece distante.
«Sì…
Santa Cecilia. È ancora lì?»
«In
piedi, sì. Ma dimenticato. Com’è giusto che sia, forse. Sto cercando qualcosa
che... pare sia passato di lì, molti anni fa. Uno spartito. Una composizione
scritta, così si dice, da una donna. O forse per una donna. La madre di un
bambino che visse nell’orfanotrofio.»
Lucietta
restò in silenzio per un momento, poi tornò a sistemare con cura i nastri nel
cassetto.
«Non
saprei dirle. Ricordo tanti bambini, tanti fogli… storie che iniziavano e poi
si perdevano. Ma uno spartito, no, non mi pare.»
«Era
molto giovane, all’epoca?»
«Una
bambina. Come gli altri.»
«Eppure
ha ricordato subito il nome. Santa Cecilia. Non ha esitato.»
Lucietta
si irrigidì appena. Il tono dell’uomo era ancora gentile, ma qualcosa stava
cambiando. Non era più una semplice chiacchierata.
«Non l’ho
mai dimenticato. Non si dimentica un posto così. Anche se si vorrebbe.»
«Capisco.
E un ragazzino di nome Alessandro? O simile, forse? Occhi chiari, timido, con
un foglio sempre con sé. Le dice qualcosa?»
Lucietta
aggrottò le sopracciglia, come chi si sforza di ricordare davvero. Pensò a
Leandro, ma non lo disse.
«Non lo
ricordo... Ce n’erano tanti. Alcuni sparivano da un giorno all’altro, adottati,
trasferiti...
La memoria inganna, sa?»
«A volte.
Si dice che quello spartito contenesse qualcosa di raro. Forse unico, di
immenso valore.»
«E perché
crede che sia finito lì?»
«Perché
le cose perdute finiscono spesso dove nessuno guarda.»
Lucietta
si fece improvvisamente seria. Non era più solo una visita cortese. Lo sentiva.
«Mi
dispiace, signore. Davvero. Non ho spartiti, né memorie nascoste. Se questo
Alessandro l’ha portato con sé o l’ha lasciato… non è con me.»
L’uomo la
guardò a lungo, in silenzio. Poi fece un passo indietro, come per spezzare
l’illusione di cordialità.
«A volte
la gente conserva le cose senza rendersene conto. Una melodia in testa.
Un’ultima frase.
Un foglio dimenticato tra i cassetti.»
Lucietta
lo fissò, ma non disse nulla.
«Ad ogni
modo… la ringrazio per la sua cortesia.»
«Buona
giornata, signore.»
Nei
giorni seguenti, Lucietta non riusciva a togliersi dalla mente l’uomo distinto
che era entrato nel negozio.
La sua voce educata, le domande misurate, il modo in cui la guardava.
«A volte la gente conserva le cose senza rendersene conto…»
La frase
le tornava in mente nei momenti più impensati: mentre arrotolava un gomitolo,
mentre chiudeva la serratura la sera, mentre versava acqua per il caffè.
Eppure, non c’era nulla da temere. Lei non aveva niente. Non aveva mentito,
aveva semplicemente omesso.
Ricordava
bene Leandro seduto in ogni angolo dell’orfanotrofio: nel refettorio, in
giardino, con quello spartito in mano. Lo osservava per ore, e ogni tanto
cercava di capire se qualcuno fosse in grado di suonare quel vecchio pianoforte
nella sala ricreazione dell’orfanotrofio. Ma nessuno lo fece.
Quel
signore probabilmente cercava Leandro, e lei sapeva dove fosse: a vendere
anguille al mercato di Comacchio.
L’indomani sarebbe andata da lui, gli avrebbe detto che era Lucietta, e di
quella strana visita.
Quella
sera, al calare della luce, mentre stava abbassando la saracinesca, le sembrò
di vedere qualcuno dall’altra parte della strada.
Fermo. Immobile. Una sagoma appena distinguibile, tra i lampioni.
Fece per guardare meglio, ma era sparito.
«Stai
diventando paranoica,» si disse.
Il giorno
seguente Il negozio era ancora chiuso alle dieci del mattino, e già questo
bastava a far mormorare le vecchie del vicolo.
Lucia non faceva mai tardi. Nemmeno nei giorni di pioggia.
Nemmeno quando nessuno entrava per ore.
La
serranda era abbassata a metà. Una cosa insolita.
Una cliente provò a bussare, poi si chinò a guardare dentro, ma vide solo ombre
e scaffali in disordine.
Alle
undici, arrivarono i carabinieri.
Qualcuno aveva chiamato.
Una voce anonima, una segnalazione vaga: «La signora della merceria. Forse è
successo qualcosa.»
Forzarono
la porta sul retro.
Dentro, c’era silenzio, ma non pace.
I
cassetti erano stati aperti e rovesciati.
Scatole svuotate, fili tagliati, stoffe per terra.
La vetrina era rimasta intatta, come se a nessuno importasse cosa si mostrava
all’esterno.
Solo chi
cercava qualcosa di preciso avrebbe avuto quella furia selettiva.
Solo chi credeva che quella cosa fosse lì, nascosta da anni.
Sopra il
bancone, una tazza di caffè rovesciata. Ancora tiepida.
Dietro, nella stanzetta dove Lucia teneva i suoi effetti personali, un
armadietto era stato forzato.
Dentro, niente.
Il corpo
venne trovato ore dopo, nel tratto stretto del canale che corre dietro al
mercato vecchio.
Un uomo che andava a pescare notò qualcosa tra le grate della passerella. Pensò
fosse un sacco della spazzatura. Poi vide una mano. Il viso era pallido, lavato
dall’acqua. Gli occhi chiusi, come in dormiveglia. Il maresciallo parlò poco
con la stampa. Disse che non c’erano segni evidenti di violenza.
Che l’ambiente lavorativo mostrava “confusione compatibile con uno stato
d’ansia”.
Che la signora viveva sola, e che a volte la solitudine pesa più del previsto. Un
caso triste, ma chiaro.
Suicidio. Archiviato.
Qualcuno
lasciò un mazzo di fiori davanti alla saracinesca.
Qualcun altro disse che l’aveva vista strana, l’ultima settimana. Che parlava
meno. Che sembrava cercare qualcosa, o aspettare qualcuno. Solo una signora
anziana, che comprava bottoni verdi da anni, disse sottovoce: «No, Lucietta
non si sarebbe mai tolta la vita. Qualcuno gliel’ha tolta.»
Ma
nessuno la ascoltò davvero. Dopotutto, era solo una merciaia.
Non aveva
previsto che sarebbe finita così.
Non era andato da lei per ucciderla.
La sera
prima, quando Lucietta si era accorta della sua presenza, aveva solo chiesto di
poter vedere, di poter controllare.
Una voce
bassa, quasi supplichevole:
«Solo un’occhiata. Nient’altro.»
Ma lei si
era spaventata. Aveva cominciato a gridare.
E lui, senza pensare, aveva cercato di zittirla.
Una mano sulla bocca. L’altra sul braccio, a trattenerla.
Solo un
attimo. Solo finché si fosse calmata.
Non si
era accorto della forza che stava usando.
Non se n’era accorto finché non l’aveva sentita cedere contro di lui, come un
abito di seta che scivola dalla gruccia.
Senza più tensione.
Senza più voce.
Era
rimasto lì, a reggerla, come se potesse ancora impedirle di morire
semplicemente tenendola in piedi. Poi, il silenzio. Il peso. E la
consapevolezza.
Aveva
pensato che lo spartito fosse nascosto. Che Lucietta mentisse per proteggerlo.
Ma lei
non aveva nulla. Solo paura. Adesso lo sapeva.
Eppure,
da qualche parte, esisteva ancora.
Quel
foglio, quella melodia scritta a mano, venuta da lontano, non era svanita.
Solo… si era spostata.
E lui
avrebbe continuato a cercarla, pensò, cancellando il nome Lucietta dalla lista
degli orfani che gelosamente custodiva.
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